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| LONE RIDE AROUND: IL BLOG
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Orbene, tornato, più o meno, alla normalità, sono stato subito risucchiato dalla proverbiale produttività meneghina. E in questi tempi di magra non è poi una brutta cosa. Nel frattempo, grazie all'amico Davide Cacciatore, ho avuto l'opportunità di fare quattro chiacchiere "A caldo" davanti ad una telecamera, per parlare di quello che è stato Lone Ride Around.
Qui trovate il link all'intervista:
http://www.youtube.com/watch?v=fYa9E8YoCno
Buona visione.
Vi ricordo l'appuntamento con la presentazione del mio viaggio, al prossimo Motor BikeExpo di Verona, dal 20 al 22 gennaio 2012


















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IL FIGLIUOL PRODIGO
Milano 21 Settembre, 60.615 km
Torna; torna, dopo tanto errabondo vagare, il figlio scellerato al grembo materno. A quel grembo spesso inviso e incompreso. A quel quieto vivere, fatto di cose semplici, di ritualità, di certezze. Torna alla realtà di tutti giorni, alle comodità, alle amicizie, vecchie e nuove, al lavoro... Torna consapevole, forse, di aver vissuto un'esperienza che a volte lo ha provato, ma che tanto gli ha dato per essersi misurato, non senza fatica, con dinamiche spesso lontane dal proprio essere. Ma questo è uno dei motivi per il quale quelli come me, i nomadi di indole e assetati di conoscenza, decidono di dedicare parte della loro vita alla scoperta del mondo. 14 mesi, 24 paesi, 60.615 km; Lone Ride Around è stato questo ma anche altro. E' stato affrontare burocrazie, strade impossibili, ostacoli apparentemente insormontabili, imprevisti umani e meccanici negli angoli più reconditi dell'Asia. Ma è stato anche riuscire ad affrontarli, e a risolverli, grazie alla determinazione ed all'aiuto, fondamentale, di persone delle quali non immaginavo l'esistenza. E' stato affrontare, con una Harley, le più alte catene montuose del pianeta per godere di scenari di assoluta bellezza. E' stato immergersi nella miseria e nella dignità, senza pari, degli ultimi della terra. E' stato crescere per il contatto con popoli lontani, con culture millenarie e con le atrocità di cui solo l'essere umano è capace. E' stato, ora non lo è più. O meglio, non lo è fisicamente, ma dentro, nella mia testolina bacata, lo è ancora e continuerà a farlo, grazie alla miriade di input ricevuti durante questa lunga, immaginifica e impareggiabile cavalcata solitaria. Una lunga avventura che è iniziata nel Novembre 2009, quando decisi di mettere sul piatto del poker della vita le mie carte. Un lavoro, amato, una vita standard, & Poor, pochi stimoli sociali, tanta voglia di giocare. Non era un bluff, avevo una mano di quelle che non puoi permetterti di non sfruttare, ma sapevo che il rischio era altissimo; perdere tutto. Ho calato le carte, ho perso la mano, ma, alla fine, la partita è stata mia. Ora si ricomincia, con un nuovo banco e nuovi giocatori; spero solo di non incontrare i soliti bari...
Voglio spendere parole di, doveroso, ringraziamento a chi ha creduto nelle potenzialità mediatiche di Lone Ride Around, supportandolo finanziariamente e tecnicamente. Un sentito grazie va allo staff di Crazy Choppers, main sponsor, che mi ha permesso di preparare la moto al meglio, e per avermi salvato in situazioni critiche con il loro supporto tecnico e logistico. A Giuseppe Roncen, direttore di Low Ride, che ha appoggiato da subito questo progetto, concedendomi mensilmente spazio sulla rivista, oltre al supporto economico. A Livio e Deanira Rebuffini, titolari della Rebuffini, azienda leader nella produzioni di parti speciali per Harley, per la quale ho testato alcuni componenti. Alla Tucanourbano, nella persona di Dora Marraffa, che ha seguito il mio "caso" vestendomi da capo a piedi. A Vincenzo Di Stefano di Zodiac Italia, per la fornitura di ricambi e la consulenza tecnica. A Mauro e Barbara di Wild Hog, protagonisti di un rush incredibile per avermi fornito, a tempo di record, la sella, indistruttibile, secondo le mie specifiche. Ad Enrico Discacciati, titolare della omonima casa produttrice di impianti frenanti, per il materiale messomi a disposizione.
Ma un grazie va anche a tutti coloro che hanno seguito, qui su Lungastrada.it, le avventure di un Overlander visionario. Uno che con il suo folle sogno, realizzato, ha confermato, a discapito delle situazioni avverse, che quello che muove un uomo non è il mezzo, ma l'idea...
Lungastrada a tutti
CALENDARIO APPUNTAMENTI
Mi pregio portarvi a conoscenza di alcuni eventi a cui sarò presente, con la moto, per condividere la mia esperienza.
IMMAGIMONDO
Lecco 8/9 Ottobre
Fiera di viaggiatori in cui avrò l'onore di presentare il mio viaggio, con ampio supporto fotografico, Sabato 8 Ottobre alle 17.30.
ROMBO DI TUONO
Fiera di Montichiari (Brescia) 14/16 Ottobre
La moto sarà esposta nello stand di Crazy Choppers.
EICMA
Salone internazionale del Motociclo, Milano 10/15 Novembre
Avrò uno spazio dedicato, per la moto, nello stand di Low Ride, area Kustom, Padiglione 2.
MOTOR BIKE EXPO
Verona 22/24 Gennaio 2012
Il mio Dyna farà bella mostra di sè all'interno dell'area Bike Show organizzato da Low Ride.




















COAST TO COAST DEI POVERI
Riga, Lettonia, 26 Agosto. 57,434 km
E così, veramente a malincuore, ho rimesso piede in Europa, dopo oltre un anno di latitanza. Attraversare il fiume Kama, a Perm, mi ha quasi fatto venire il magone. Continuavo a girarmi indietro, cercando di raccogliere, con gli occhi, gli ultimi fotogrammi di Asia. In quegli istanti ho rivissuto molti dei momenti di questa esperienza. Un accavallarsi continuo di facce e luoghi, in un caleidoscopico alternarsi di ricordi. Un anno sulla strada, evitate di darmi del trans per favore, un anno denso di tutto. Di bello e di brutto. Ci vorrà un libro per raccontare quello che ho raccolto, come esperienza di vita non più come viaggio, lungo questi quasi 60,000 km di avventura attraverso il più affascinante dei continenti. Cercherò di fare del mio meglio per trasportare, su carta, quello che difficilmente si può raccontare, perché si dovrebbe, assolutamente, vivere. Bene, un par de palle, sono qui a ragguagliarvi in merito al più strampalato, sconosciuto e mal cagato dei Coast to Coast, quello che nessuno, con un minimo di senno, si sognerebbe di fare. A chi mai potrebbe fregare di sapere che un individuo, con seri problemi mentali, si è messo in testa di attraversare, con una Harley, l'Eurasia da Est ad Ovest? A me sicuramente frega, visto che sono l'unico ad averlo fatto (se qualcuno sa di qualcun'altro si faccia sentire). Dunque, sbarcato a Vanino, Mare di Okhotsk, Pacifico, il 30 Luglio, sono arrivato ieri sera, 25 Agosto, nella capitale lettone, Mar Baltico, Atlantico, dopo 12,084 km, inclusa deviazione in Mongolia. Mi merito, di diritto, l'ingresso nel Guinness dei Primati; Primati intesi come scimmie...
Scusate le battute, ma cerco di sdrammatizzare. In verità sto affrontando, come meglio posso, quella che è, ma lo sapevo, la parte più dura: il ritorno. Già mi vedo vagare, lercio e vestito di cenci, per le vie di Milano, con lo sguardo perso nel vuoto emanando olezzi da stalla, invocando, con un fil di voce, nomi come Bukhara, Samarcanda, Pamir, Song Kol, Karakorum, Ladakh, Luang prabang, Angkor, Sumatra, Quarto Oggiaro... Chissà che ne sarà di me. Vedremo se soccomberò alla nostalgia o se prevarrà il raziocinio. Alcune considerazioni sulla grande madre Russia; che sia un paese enorme è risaputo. Ma non che sia altrettanto grande il cuore dei suoi, almeno buona parte, figli, motociclisti e non. Ho avuto problemi, di natura economica e meccanica, ed ho sempre trovato qualcuno che si è adoperato per aiutarmi. Come meglio poteva, con quello che aveva; semplicemente perché ero un motociclista in viaggio. Una grande lezione di umiltà e considerazione del prossimo. Evidentemente settant'anni di bolscevismo non sono stati tutti inutili, per buona parte della popolazione. Scusate la retorica, ma anche qui ho incontrato gente, e non solo anziani, che ha fatto proprio il classico “Si stava meglio quando si stava peggio.” Per il resto è tutto, soprattutto a Mosca, un proliferare di Porsche, Audi, BMW, Bentley e tutto quello che si può ostentare per fare scena. Come in un qualsiasi paese democratico...






















MONGOL RALLY
Ulaan Bator, 5 Agosto 49,301 km
Non è quello famoso che parte ogni inizio Agosto da Londra, ma quello che ho dovuto sostenere per arrivare nella capitale mongola in un tempo accettabile; venendo da est. Sbarcato sabato scorso a Vanino, 600 km nord-est di Khabarovsk, mi sono lanciato, eufemismo, sulla strada per il paese di Gengis Khan. Ho viaggiato continuamente per 6 giorni con gli ammortizzatori posteriori arrivati al caffè, non alla frutta, saltando come un grillo sulle gobbe, sulle buche, sulle pietre, sulle onde di asfalto scavate dai camion, sui santi e le madonne e su tutto quello di non orizzontale incontrato dalle ruote dell'Harley. 4,000 km nel far east russo, attraversando per centinaia di chilometri la selvaggia ed incontaminata bellezza della tundra. Momenti di meditazione, in movimento grazie alla strada deserta, che mi hanno riportato flashback di questa esperienza che sta, lentmente, andando a concludersi. Ho lasciato il Giappone un po a malincuore. Per la tranquillità, eccessiva, della guida, per le splendide persone che ho incontrato, e che mi hanno ospitato. Makiko Sugino a Kyoto, Minori e Lupin san a Kobe, Chris Lockwood a Nagano e Yoshiko Hasegawa a Wakkanai, sull'isola di Hokkaido. Yoshiko gestisce una specie di ostello per motociclisti, con camere in comune, una dependance e un vasto prato dove poter piantare la tenda. Non manca la cucina ed un fornitissimo bar. Una vera manna per i motociclisti che si avventurano fino alla punta estrema del Giappone, lontani dalle telecamere e dai radar della polizia. Arrivato a Korsakov, sull'isola russa di Sakhalin, ho passato la dogana in un paio d'ore e il giorno seguente mi sono fiondato, altro eufemismo, a Kholmsk, dove ho preso possesso di una cabina su un lentissimo e arrugginitissimo traghetto soviet-style. 16 ore di navigazione e voilà a Vanino. Uscito dal porto sotto una coltre compatta di nubi ho preso la strada più breve, e più malridotta per Ladoga. 346 km di cui la metà di martellante sterrato e polvere da saziarsi. A Khabarovsk ho dormito in un parcheggio per auto e l'indomani via verso belogorsk. Ho assaggiato un paio di gastiniza a prezzi esagerati e l'altro giorno sono arrivato alla frontiera russo-mongola pernottando in una gastiniza gestita da una prosperosa mamochka. Frontiera "saltata" in un'ora e mezza e le restanti sette ore passate a coprire i 345 km che mi separavano da Ulaan Bator, dove sono arrivato all'ora di punta, in un tripudio di buche, polvere, guidatori dallo stile fantasioso e traffico congestionato. La capitale più scassata che abbia mai visto in vita mia. Ma sono arrivato, questo importa. Sono accampato all'Oasis guesthouse, punto di ritrovo per overlander a due e quattro ruote. Svizzeri, tedeschi, due croati, un francese e quattro italici. Due di loro hanno già impacchettato le moto per la spedizione a casa, gli altri, una coppia di Torino, sono arrivati qui con una Guzzi Stelvio. Molte moto, tutte enduro, e diverse mascelle cadenti alla vista dell'Harley arrivata fin qui facendo un giro un pò lungo...

















BOTTOM END
Bali, Indonesia, 6 Giugno 40,007km
Ho toccato il fondo, punto massimo meridionale della mia rotta: Bali. La piccola isola dal grande flusso turistico mi ha accolto, come da tradizione locale, con il classico muro di veicoli da scavalcare. Un'impresa, al calar delle tenebre, destreggiarsi tra migliaia di mezzi, prevalentemente camion e moto, che si infilano in ogni buco disponiblie, intasando le strette stradine e saturando l'aria, già calda di suo, di un non richiesto tepore ad alto tasso di Co2. Sono approdato in quel di Kuta beach, sobborgo a sud di Denpasar, pieno di virgulti australiani ultratatuati, ubriaconi e dediti al surf. Kuta è un'interminabile distesa di negozi per surfisti, botteghe di imbrattapelle, ristoranti, bar per beoni e asfissianti indigeni che ti sfiniscono proponendoti bike transport, guided tours, have a look in my shop, buy this original wooden statue, nice t-shirt, leather jackets, mushrooms, good stuff, wanna fuck? foot massage e, soprattutto, wallet massage. Mi sono fermato qui per il semplice fatto che Kuta è a uno sputo dall'aeroporto, dove di solito si trovano la maggior parte degli spedizionieri. Oggi sono andato a trovarne una mezza dozzina, per cominciare a farmi un'idea di quante gocce di sangue dovrò versare per spedire la moto a Tokyo; e domani si replica con il resto della lista. E' passato un mese dal mio ultimo aggiornamento, quando ero inchiodato a Jakarta in attesa di un mezzo miracolo sotto forma di visto russo. Orbene, contro ogni più nefasta previsione, sono riuscito a strappare agli ex mangiabambini uno striminzito tourist visa di 30 giorni, con doppio ingresso; alla modica cifra di $ 105 per express procedure(2 giorni). Lasciata Jakarta, dopo un breve viaggio di 7 ore, sono arrivato a Bandung, 230 km dalla capitale. Poi, da Bandung a Yogyakarta (400km) in un lampo; 13 ore; a dorso d'asino è meglio. Però i paesaggi valgono il supplizio, non c'è niente da fare. Ho percorso una delle più belle strade che abbia mai fatto, e non sono poche, tra Cilaciap e Temon lungo la costa meridionale di Java. Il promontorio di Karang Bolong, una decina di km, è un pazzesco toboga asfaltato largo due metri, a volte anche meno , che si arrampica, letteralmente in verticale, nella giungla, dove, quando la macchia lo permette, si può scorgere l'Oceano; certo non è come il lungolago di Lecco la Domenica pomeriggio, ma nella vita, a volte, ci si deve accontentare... Dopo aver visitato i siti storici di Borobudur, Buddhista, e Prambanan, Hinduista, ho attaccato senza remore la parte est di Java, famosa per i suoi vulcani. Il primo è stato il Bromo, scalato alle quattro del mattino, col buio, insieme a poche altre centinaia di persone, in coda sul ripido sentiero come in una rituale processione. Spettacolo suggestivo vedere il sole illuminare il cono fumante che emerge, da un mare di nebbia, al centro di quel che resta di un ancor più grande cratere. Dopo il Bromo altra levataccia, il giorno seguente, sempre allegramente alle tre del mattino, per raggiungere un'altro cratere, quello del Kawaijiehn, all'estremità orientale di Java, proprio di fronte a Bali. Ma qui la situazione è più complessa. Tento con la moto di raggiungere, sempre al buio, la base del vulcano, ma la strada, una cosa a metà tra un tratturo e un sentiero per stambecchi, me lo impedisce. Lascio la moto sotto una tettoia e rimedio, pagando, un passaggio da un camion; un'ora per percorrere i 10 km mancanti. Da qui sono solo 3 i km, di sentiero, da percorrere per raggiungere la bocca del famigarato Kawaijihen. Nel frattempo la mia, di bocca, non è grande abbastanza per far passare l'aria necessaria ai polmoni per muovere le gambe; e questa maledetta salita non finisce mai. Ma alla fine, del sentiero e delle mie forze, raggiungo la meta. Djay, il ragazzo che mi ha accompagnato lungo l'irta, fumando tranquillamente alcune sigarette, lavora nella solfatara sul fondo del cratere. Questa strada la conosce a menadito e, soprattutto, la fa, anche se a scendere, con 70-80 kg di zolfo sulle spalle. Una volta raggiunta la vetta, mi propone di scendere nel cratere fino alla solfatara, per costatare, da vicino, quale fortunato privilegio ha nel fare questo invidiatissimo lavoro, per 5 centesimi di euro al chilo... Mezzo km di ripidissima e pietrosa discesa, i solfatari la fanno a salire carichi come muli, negli inferi dell'aberranza umana, dove un gruppo di disperati si sta lentamente suicidando in cambio di una ciotola di riso. Lavorano senza alcun tipo di protezione/prevenzione. Per estrarre lo zolfo, a mani nude, si aiutano solo con un lungo scalpello di metallo, combattendo contro i venefici effluvi. Solo i due addetti al raffreddamento delle tubature, che lavorano a turni di dieci minuti, costantemente immersi nella nube gialla, indossano una maschera; per tutto il resto c'è Mastercard...
AGGIORNAMENTO- Ho ricevuto il primo preventivo per la spedizione della moto a Tokyo; 14,072 $... Ma me la spediscono con l'Air Force One?






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A META' DEL MONDO
BUKKITINGGI, SUMATRA, INDONESIA, 7 MAGGIO 36,056km
Dopo aver lasciato la Thailandia, con poco entusiasmo e molta voglia di tornarci, entro in Malesia. Stanco, dopo una giornata alla guida, 500 km da Phuket al confine di Gadao, mi faccio apporre il timbro di ingresso sul passaporto, e via. Lasciata la stazione doganale vengo fermato, 100 metri, ad un check point della polizia per controllo passaporto. Passo qualche giorno a Georgetown sull'isola di Penang, che conserva ancora il fascino, e a tratti l'atmosfera, della vecchia colonia inglese quale era. Da Penang a Kuala Lumpur viaggiando in autostrada, gratuita per le moto, con annesso acquazzone. Nella capitale faccio la fortuita conoscenza, grazie ad un numero di telefono recuperato a Phuket, di Rush, Sham e Ina, che sono i boss di WTR magazine. Mi accolgono in redazione, mi danno una marea di contatti e informazioni riguardo l'Indonesia e la spedizione della moto. Vengo anche invitato a partecipare, con la moto, ad un raduno-incontro di motociclisti per un'opera di beneficenza. KL, come viene chiamata dai locali è una giungla di cemento; anche la temperatura è simile alla selva tropicale e, come da tradizione, o longitudine, non manca il classico temporale pomeridiano. A KL ho il primo incontro ravvicinato con la burocrazia russa. Mi sono fatto fare da un'agenzia, a Mosca, una lettera d'invito per richiedere un business visa di tre mesi a doppio ingresso, per poter, una volta entrato nel territorio della federazione, fare la prevista deviazione in Mongolia. Ma all'ambasciata mi hanno tranquillamente rimbalzato. I fetentissimi e malfidenti russi, non si sono accontentati della lettera; per la concessione del visto hanno richiesto l'autorizzazione del ministero degli interni di Mosca e l'originale della lettera d'invito. In poche parole, per non saper ne leggere ne scrivere, ciò sta a voler dire che dovrei attendere non meno di due/tre settimane per avere una risposta, non l'autorizzazione, dal ministero. In più, per ricevere la lettera in originale dovrei sborsare circa 300 Euro, più il costo del visto. A conti fatti li ho serenamente mandati aff... Ora la situazione si complica; se non dovessi riuscire ad ottenere il visto russo a Jakarta non so più come fare per tornare indietro. Comunque, torno a Penang per organizzare la spedizione della moto in Indonesia. Tra i due paesi non ci sono servizi di Ferry per veicoli, quindi o si incassa la moto in un container con tutti gli annessi, costi, e connessi, tempi lunghi per lo sdoganamento, o si cerca un'alternativa più economica. La trovo grazie a Mr. Lim della Cakra Expedition di Penang. Una volta arrivati al porto la moto viene imbragata, e tramite una gru calata nella stiva di un barcone di legno, che in tutto farà si e no 25 metri di lunghezza. Costo dell'operazione; 80 Euro, più i 51 euro del mio biglietto aereo, grazie ad Air Asia, Penang-Medan. Volato in Indonesia Domenica 1° Maggio, il giorno seguente sono al porto di Belawan con il corrispondente locale di Mr. Lim per sdoganare il mezzo. Il tipo, tracagnotto, sa il fatto suo, intendo dire che sa come infilzare i tordi che arrivano qui in moto dalla Malesia. Mi dice, con espressione seria, che le spese per lo sdoganamento a Belawan sono ingenti a causa delle regole locali; o a causa della tua cupidigia mezzo barile di lardo che non sei altro. Il gentiluomo mi sfila di tasca 75 euro per mezz'ora di lavoro, senza che veda nessuna delle banconote passate nelle sue mani, finire in qualche cassetto degli uffici doganali. Ritirata la moto lascio anche la caotica Medan, niente di rimarchevole a parte il traffico e l'inquinamento acustico-ambientale. Faccio rotta verso l'interno di Sumatra, la maggiore delle oltre duecento isole dell'arcipelago, con destinazione Danau Toba. Il Toba è un lago di origine vulcanica formatosi all'interno di un'immensa caldera. Talmente immensa che nel lago stesso si trova l'isola di Samosir, grande quanto Singapore (140 km di periplo). Ma prima di arrivare al Toba, un piacevole incontro con la fauna locale. La classica ape, o quello che era, mi centra sull'arcata sopraccigliare destra. Principio di Shock, come in Laos, ma questa volta i farmaci che ho con me limitano i danni ad una mezz'ora “lisergica” ed assente. Dal Toba scendo verso West Sumatra, facendo rotta verso Bukkitinggi, dove sono arrivato dopo 7 ore, impiegate per percorrere 300 km. Ma prima dell'arrivo un momento celebrativo a cui tenevo molto. Dopo 10 mesi di viaggio e 36,016 km percorsi, le ruote della mia Harley hanno oggi incrociato l'Equatore, la metà del mondo. Quindi ora vi sto scrivendo a testa in giù...
ROTTA A SUD
Chumpon Thailandia, 8 Aprile 32,479km
Sistemati i capricci dell'Harley a Bangkok, distribuzione, me ne vado a visitare un paese dal passato allegro: la Cambogia. L'impatto, una volta varcata la frontiera è stato un, negativo, flashback. Ho come l'impressione di essere tornato in India per le molte similitudini con il paese delle caste. Guidare è poco salutare per la pessima abitudine dei locali a fare un po come gli pare non curandosi della presenza di altri utenti della strada. Il clacson torna ad essere strumento indispensabile per la propria sopravvivenza ed incolumità. Il senso civico dell'ordine e della pulizia lascia a desiderare, si salva il livello delle strade, sufficientemente percorribili. Una lunga e noiosa Domenica pomeriggio passata ad evitare di addormentarmi lungo i 158 km che mancano ad Angkòr, l'antica capitale del regno Khmer. Strada di un piatto mortale, umidità da record e distese infinite di risaie asciutte mi accompagnano in questo stordente trasferimento. Angkòr per tre giorni sarà il centro dei miei interessi storici e grande è il disappunto per esserci arrivato con una situazione climatica da schifo. Cielo perennemente coperto e di un bianco abbacinante, che mi impedisce di produrre materiale fotografico interessante. Per tre volte mi aggiro tra i ruderi attendendo il tramonto da godere in mezzo alle rovine, per tre giorni devo scappare anzitempo per sfuggire al cronometrico arrivo del temporale quotidiano; 30,000 km per arrivare fin qui e nemmeno una foto decente. L'ultimo giorno decido di noleggiare una mountain bike per girovagare in cerca di angoli suggestivi ma devo invece cercare, dopo pochi chilometri, un gommista per far riparare la foratura alla ruota anteriore. Riprendo la strada sotto una atroce cappa di umidità che mi consente solo di smaltire tossine sudando ininterrotamente per tutta la giornata. Lasciata Angkòr decido di posticipare l'arrivo a Phnom Penh andando a visitare il Mekong nella provincia di Kratie. Colà riesco anche, nel folle intento di risalire la sponda ovest in una zona densamente spopolata, a perdermi nella giungla, con la moto, e a girare in tondo per un paio d'ore fino a quando trovo un misericordioso villico che in cinque minuti mi riporta sulla retta via; nel punto esatto dove l'avevo lasciata. Nel mezzo, anche l'incontro ravvicinato con una pietra nascosta dalla vegetazione, contro la quale il mio piede sinistro impatta violentemente. Per alcuni secondi perdo la sensibilità dell'arto, poi ritornata sottoforma di dolore lancinante e impossibilità a deambulare. Mi fermo sul Mekong in attesa del traghetto per il ritorno e con un po di ghiaccio tento di raffreddare l'arto. Una volta rientrato in guest house di volata, in tuk tuk, da un medico per le cure del caso. Appurata l'assenza di fratture, grazie ad ecografia, il doc mi spalma un olio balsamico sul piede, lo fascia e mi prescrive degli antinfiammatori per ristabilire la situazione, consigliandomi di riposare ed evitare sforzi. Raggiunta Phnom Penh, carina, faccio visita a due fulgidi esempi della superiorità dell'essere umano sulle altre specie animali; La famigerata S-21 e i Killing Fields. Per questi luoghi non esistono aggettivi; S-21 fu la prigione dove i Khmer Rossi "rinchiusero" "interrogarono" e "liberarono", dalle sofferenze terrene, migliaia di persone colpevoli di vivere in quel paese in quel periodo; tutto qui. Poi mi si chiede perchè tengo tanto agli animali e sono diffidente verso i miei simili; la follia del potere, sotto ogni bandiera e colore, non ha niente a che spartire con il regno animale. I Killing Fields, poco a sud della capitale offrono una bucolica visione della campagna cambogiana, con un nutrito numero di fosse comuni disseminate su una vasta area, dalle quali ancora spuntano frammenti di ossa e brandelli di vestiti... Poi ci sono le vittime in differita dell'abominio autarchico cambogiano; migliaia di persone che hanno perso arti saltando sulle mine che ancora, a distanza di trent'anni, a migliaia infestano il territorio. Lasciata Phnom Penh arrivo a Sihanoukville per un paio di giorni di relax marino. Tempo anche qui di cacca e ozio forzato per consentire al piede di recuperare. Lascio la Cambogia e rientro in Thailandia, lungo una bella strada litoranea che mi porta a Trat, 400 km a sud-est di Bangkok. La moto però non va come dovrebbe; oltre i duemila giri tende a scoppiettare e a spegnersi. Raggiungo comunque Trat, cerco una camera e alla moto penserò domani; ora devo lavarmi perche puzzo come un calzino usato finito nello zola. E venne il giorno del carburatore; caricata la moto, girata la chiave, schiacciato il pulsante dell'avviamento il motore non parte. Sono le 9 e sono già sudato fradicio, ma non ho fatto un metro di strada. Riesco ad avviare il bicilindrico che inizialmente gira ad uno, poi alzando i giri sembra riprendere conoscenza, ma è un'illusione; si spegne di nuovo e dal filtro aria comincia ad uscire benzina. Va bene ho capito; voglia zero, ma devo smontare il tutto perchè gia so dove andare a mettere le mani. Una volta aperto, dopo nove mesi e 31,000 km, il carburatore presenta una variegata collezione di sedimenti e schifezze varie, dovute al micidiale cocktail di benzine scadenti passate per i suoi condotti fino ad oggi. Lavo accuratamente ogni parte, controllo la tenuta delle guarnizioni interne e con la pistola ad aria dell'officina che ho "occupato" per farmi gli affari miei, pulisco meticolosamente il tutto. Rimonto, pulisco le candele e riavvio il motore. Dopo un iniziale andamento mono, il classico potato potato del bicilindrico più anacronistico del panorama motociclistico planetario riprende a deliziare le orecchie dello scrivente: pulizia è fatta! A Bangkok per sistemare le ultime cose, spedire pacchi, riparare stivali, scrivere articoli e selezionare foto, poi il saluto definitivo alla capitale. Ora sto facendo rotta verso sud; questo week end sarò a Phuket per la Bike Week e la prossima settimana scivolerò lentamente verso la Malesia. Sandokan aspettami, sta arrivando il pirla di Labuan!
DI NUOVO IN MARCIA
Siam Reap Cambogia, 22 Marzo 30,348 km
Ritiro il visto Thai in ambasciata a Vientiane e, sotto la pioggia raggiungo il confine. Disbrigo delle pratiche e sono di nuovo nella terra del sorriso. Una settimana non è un lasso di tempo sufficiente per farsi l'idea di un Paese, potrebbero non bastare mesi, ma perlomeno ho avuto la possibilità di entrare in contatto, anche se brevemente, con il popolo laotiano. Il paese vive, o sopravvive, con l'agricoltura di sussistenza. Chi ne ha la possibilità coltiva un lembo di terreno, al nord duramente conteso ai rilievi, per sfamare il proprio nucleo familiare e cercare la via di un minimo commercio per procurarsi i beni di prima necessità. Chi ha un lavoro, per quanto malpagato, se lo tiene ben stretto e chi specula, facendo affari grazie a conoscenze e connivenze, gira in Mercedes CLS o Range Rover et similia. Nei villaggi, e non solo, le case sono prevalentemente di legno, vista l'abbondanza della materia prima, composte perlopiù da un unico ambiente con tetto di paglia e toilette modello nature. La gente appare meno “solare” rispetto ai vicini siamesi, perennemente impegnata a sbarcare il lunario e con ben poche prospettive di miglioramento; ma va avanti lo stesso. Va avanti nonostante un governo, di stampo socialista, con pochi mezzi e tanta voglia di tenere tutti sotto controllo. Anche a Vientiane, la capitale, alle 11 di sera girano solo i cani e la polizia. Torniamo a cose ben più frivole; alla stazione di Nong khai carico la moto sul treno, a gasolio, e prenoto una cuccetta. Viaggiando di notte arrivo a Bangkok il mattino seguente e mi fiondo dal meccanico che avevo già contattato. In un paio di giorni sistemano il problema e sono di nuovo in grado di riprendere la strada. Ancora un giorno di relax nella capitale e la Domenica mi metto in strada. 400 noiosissimi chilometri con in mezzo una dogana per arrivare qui a Siam Reap, meglio conosciuta come Angkor l'antica capitale del regno Khmer. Su un'area di circa 40 kmq si estendono i resti di una città-stato che nel 12° secolo contava qualcosa come un milione di abitanti. La città, caduta misteriosamente nell'oblio intorno al 15° secolo e nascosta al resto del mondo da una fitta giungla, torna casualmente alla luce grazie ad un esploratore francese a metà dell'ottocento. Strappata, con non poca fatica, al soffocante abbraccio di madre natura, oggi attira moltitudini di visitatori da tutto il mondo. Questo luogo è un paradiso per chi si interessa di ruderi e rovine. Ci si può perdere per giorni, girovagando tra decine di siti, alla scoperta di una delle meraviglie che l'uomo, per quanto spesso portato a distruggere, ha saputo costruire. Domani ultima giornata da Indiana Jones e Giovedì si arriva a Phnom Penh. Li ci sarà l'incontro con la parte meno nobile ed ammirata della storia di questo paese; a qualcuno dice qualcosa il nome di Pol Pot?
OLTRE IL MEKONG
Luang Prabang Laos, 12 Marzo 29,848 km
Chiang mai è decisamente più umana di Bangkok; con la sua limitata estensione e la sua atmosfera rilassata e gioviale è punto di incontro per molti backpackers. Frank è un overlander tedesco in viaggio dall'Australia, dove risiedeva, verso l'Europa con la sua Tenerè 660. Lo incontro dopo averlo contattato su Horizons Unlimited, per fare un po di strada insieme, visto che le nostre rotte disegnano entrambe lo stesso percorso. A Chiang Rai si unisce a noi anche Miguel partito ad ottobre dalla Spagna a bordo di un TDM del'91, acquistato per 500 euro con l'intento di mollarlo da qualche parte in Asia e fare ritorno a casa in aereo. Spendiamo un paio di giorni a girovagare nella zona, prima raggiungendo il villaggio di Mae Salong, fondato dai fuggitivi Cinesi del Kuomintang dopo la rivoluzione del '49 e in seguito Chiang Saen il centro del Triangolo d'oro, dove il Mekong unisce i confini di Thaliandia, Myanmar e Laos. Lasciamo definitivamente Chiang Rai percorrendo i circa 100 km che ci separano da Chiang Khong, posto di frontiera dove abbiamo deciso di entrare in Laos. La trafila burocratica in uscita non è un problema; ma lo è, almeno per me, il dover sborsare 12,50 euro per attraversare in 5 minuti di orologio le basse acque del Mekong su una scalcinata chiatta che viaggia a filo d'acqua. La frontiera laotiana è altrettanto celere, compatibilmente con i ritmi di queste parti, ma un piccolo intoppo rischia di rovinare tutto. Avendo il visto thai sul vecchio passaporto, il timbro di uscita mi è stato apposto sul medesimo. Ma essendo stato questo annullatomi dall'Ambasciata dell allegro regno di Bunga Bunga in quel di Bangkok, i Laotiani, giustamente, non lo accettano. Quindi mi intimano di tornare indietro, attraversando una seconda volta il Mekong, per farmi apporre il timbro di uscita sul nuovo passaporto. E allora torna giù al fiume, prendi la barchetta veloce, paga 40 bath, 1 euro, sbarca di nuovo in Thai, torna agli uffici della dogana, spiega al tenente di turno il perchè gli sto ancora tra i maroni, fai timbrare il nuovo passaporto corredato da numero del visto e dalla data di ingresso in Thailandia, ringrazia devotamente, alla fantozzi, l'ufficiale comprensivo, torna al fiume, ripaga 40 bath, riattraversalo, sbarca, ripresentati alla dogana laotiana, esibisci sto cazzo di passaporto con il timbro di uscita, paga i 35 $ del visto e levati finalmente dai coglioni; aaaahh che tedio! Passiamo la prima notte in Laos in una guest house, e ripartiamo il mattino seguente, destinazione Luang Prabang. Ci sono 478 km da qui all'antica capitale che decidiamo di splittare in due giorni di viaggio. Facciamo tappa per la notte, anche se arriviamo in pieno pomeriggio dopo circa 200 km, a Luang Namtha, capoluogo dell'omonima regione. Capoluogo; uno stradone che taglia in due un sottile agglomerato di edifici, infestato da biciclette e motorini. Questo è! Arriviamo finalmente a Luang Prabang, scoprendo una cittadina molto carina e accogliente con le sue case coloniali francesi ed i templi buddhisti, che creano un mix davvero riuscito, tanto da meritarsi l'egida dell'Unesco. Ora sono qui alle prese con la moto che ha ripreso a fare i capricci; non so cosa sia, ma non dev'essere di poco conto. Lunedi arriverò a Vientiane, richiederò un'altro visto Thai e punterò verso Bangkok; vedremo cos'altro salterà fuori dalla scatola magica made in Milwaukee...
VERSO NORD
CHIANG MAI, 22 FEBBRAIO 27.613 KM
Visito, senza troppo entusiasmo, i siti di Lopburi e Ayuthaya. L'entusiasmo viene meno per lo stato di conservazione di quello che rimane delle antiche vestigia. Frammenti di edifici, spesso solo fondamenta, e chedi (pagode) anneriti dalla muffa o sgretolati dalle intemperie danno solo un'idea di come dovevano essere questi luoghi nel pieno del loro splendore: il resto lo deve fare l'immaginazione. Da Ayuthaya torno a Bangkok per necessità; devo procurarmi un nuovo passaporto ed attendere dei ricambi in arrivo da Milano grazie ai miei angeli custodi di Crazy Choppers. Lasciata la capitale raggiungo Pattaya per partecipare alla Burapa Bike Week, che in realtà si svolge nell'arco di due giorni. Grande afflusso, tante moto, tanti Faràng (stranieri), tanti club MC e tanto divertimento. Pochi poseurs, molta spontaneità. Lasciate le spiagge, dirigo verso l'entroterra alla volta di Sukhothai, altra tappa importante per chi si interessa di macerie e simili. Per evitare di ripassare dalla caotica Bangkok attraverso, facendo un giro più largo, il Parco Nazionale di Khao Yai. La strada e i panorami sono stupendi, anche se nella stagione secca manca il verde lussureggiante della vegetazione, che renderebbe il tutto ancora più suggestivo. A Sukhothai mi fermo tre notti, per visitare il sito, patrimonio dell'Unesco, e per puro ozio. Da qui comincio a salire verso Nord, avvicinandomi pian piano al confine laotiano. Passo una notte a Nan, prima di rimettermi in strada per affrontare i 350 km circa di itinerario che mi sono inventato per arrivare a Chiang Mai. Decido di seguire strade secondarie e poco battute, per godere appieno dei panorami e della guida. Le strade sono in ottime condizioni, un vero paradiso per i motociclisti; continui saliscendi, a volte ripidi, a volte così morbidamente adagiati sulle colline che sembrano quasi pennellati, mi portano, con un filo di gas e senza fretta, a destinazione. Sono arrivato qui Domenica, ho conosciuto Juan, il fratello di Pablo l'amico spagnolo che venne a trovarmi a Goa, e sono stato suo ospite. Ieri ho fatto visita alla redazione e ai ragazzi di Real Biker, una delle due maggiori riviste del settore moto in Thailandia. Nei prossimi giorni visiterò alcune realtà locali che operano nell'ambiente Harley, scriverò un articolo sul mio viaggio per la rivista e ci accorderemo per il viaggio a Phuket alla Bike Week di Aprile; dopo che avrò visitato Laos e Cambogia. E poi non dite che sono in giro a fare un casco...
IL PONTE SULLA STORIA
Lopburi, 2 Febbraio 25.103 km
Lascio Bangkok e dirigo verso Kanchanaburi ed il fiume Kwai; sì proprio quello del film. Uscire dalla capitale è abbastanza semplice ma noiosamente lungo. Un interminabile arteria a sei corsie, con sopraelevata centrale rigorosamente vietata alle moto, si trasforma in superstrada fino a destinazione. 120 km di piatta monotonia, di risaie, di agglomerati. Kanchanaburi è un centro che richiama turisti per il famoso ponte. Il manufatto, fatto costruire dai giapponesi nel 1943, durante il secondo conflitto mondiale, doveva servire a supportare le forze del sol levante impegnate nella conquista di territori asiatici verso Ovest. L'opera originaria, interamente in legno, fu bombardata più volte, mentre quella odierna, con arcate in metallo, fu completata nel 1945. Si calcola che circa 16.000 prigionieri, tra Olandesi, Francesi, Inglesi ed Australiani pagarono con la vita il folle progetto nipponico. Folle perché a fronte dei cinque anni previsti per la costruzione dei 415 km di linea, che dovevano collegare la Thailandia alla Birmania, gli ingegneri dell'esercito di Hiroito ne impiegarono solo uno e mezzo. Ai soldati periti vanno aggiunti, secondo stime ufficiose, almeno 80.000 tra Tailandesi, Birmani, Malesi ed Indonesiani. Agli alleati parve “naturale” ribattezzare quest'opera The Death Railway; La ferrovia della morte. Ritorno a guidare sulla statale 323 che per 230 km risale verso Nord Ovest, tra curve, ripidi saliscendi e traffico praticamente nullo; una vera pacchia. Arrivo al passo delle tre Pagode che segna il confine con Myanmar. E' un territorio di frontiera, battuto fino ad un recente passato dai contrabbandieri, senza fronzoli. Un villaggio dove predominano le etnie Karen e Mon, ma che ospita anche un congruo numero di rifugiati Birmani. Semplici case in legno, baracche e, sul confine, negozietti di souvenir per i pochi turisti, thai, che decidono di spingersi fin quassù. Myanmar è lì, a due metri da me; potrei allungare la mano o meglio un piede per entrare, ma le, apparentemente, distratte guardie armate dall'altra parte non credo che me lo permetterebbero. Posso solo fare da spettatore ed osservare; osservare il via vai di persone impegnate ad attraversare il confine, a piedi, come se stessero camminando normalmente per una strada qualsiasi di un villaggio qualsiasi. Nessuno in divisa esce dagli uffici, con aria condizionata, per controllare, e nessun civile si prende la briga di entrarci per dichiarare le proprie generalità. Solo chi transita con un mezzo deve sottostare a qualcosa che lontanamente ha a che fare con la burocrazia. Scattate le foto di rito, giro la moto e riprendo, a scendere, la statale 323 fino a Thong Pha Phum, dove mi attende un comodo letto con assi di legno in un bungalow. Siccome detesto fare la stessa strada due volte, decido di prenderne una secondaria, ovviamente non segnata sule carte, per tornare a Kanchanaburi. Dopo i primi km l'asfalto finisce e mi ritrovo, ben mi sta, a mangiare polvere e a rivivere i “bei tempi” del Tajikistan, del Pakistan o del Ladakh, quando sotto le ruote scorrevano, si fa per dire, pietre, terra, sabbia e canaloni di fango essiccato. La differenza la fanno la temperatura, da sauna, e il contesto paesaggistico altrettanto suggestivo ma tendente alla macchia tropicale. Alberi ad alto fusto, banani e palme che, nonostante la loro ombra protettiva, non riescono a mitigare la calura. Impegnativa, decisamente impegnativa la strada che si arrampica come una mulattiera sui rilievi di quest'area, con segnalazioni solo in thai, ben mi sta, e quasi nessuno a cui chiedere lumi. Infatti mi perdo; imbocco un incrocio nella direzione sbagliata, supero un agglomerato di case/palafitta sparse nella macchia e proseguo convinto di essere nella giusta direzione. Solo dopo una decina di km, dove non incrocio nulla, mi pianto ad un bivio, con la netta sensazione che qualcosa non quadra. Sto andando verso nord quando dovrei scendere in direzione opposta. Arriva un'auto, la fermo e tento, a gesti, di spiegare dove voglio andare. La direzione che ho preso, a destra, porta nel nulla, quella a sinistra a Thong Pha Phum, cioè da dove sono partito. Ma io devo andare a Erawan! La ragazza sul retro del pick-up sorridendo mi dice che devo tornare indietro, superare il villaggio e tenere la sinistra; sono solo 70 km! E così faccio; guido a ritroso fino al villaggio, lo supero e al bivio maledetto proseguo a manca. La pista si restringe, il fondo si fa più accidentato e le pazienza entra in riserva, ma vado avanti. Come una lumaca, ma vado avanti e, piano piano arrivo finalmente, ore 16.50 alle Erawan waterfall. Ingresso 5,50 euro, chiusura ore 17.00; ma vaff... Tanto questa non è stagione per le cascate. Ho già preso una cantonata a quelle di Say Yok, dove per la stessa cifra ho potuto ammirare due pullman pieni di russi oversize in canotta ed infradito ed un rubinetto che perde; vediamo il bicchiere mezzo pieno, 5 eurii risparmiati. Raggiungo Kanchanaburi al tramonto, riprendo possesso della camera nella Guest House, mi levo di dosso lo strato di polvere rossa accumulata durante questa giornata di off-road imprevisto e vado a cercarmi un ristorante per la cena. Domani di nuovo in strada verso Lopburi; si ricomincia con la visita ai ruderi...
UN'ALTRO PIANETA
Bangkok Thailandia, 18 Gennaio 24.011 km
E' questa la sensazione, immediata, che ho avuto non appena messo piede all'interno dell'aereoporto Suvarnabhumi, arrivando dalla squinternata galassia indiana. E una volta in strada è stato lo stesso; traffico sì, anche intenso, ma ognuno al proprio posto, con rare sbavature. File di veicoli che attendono pazienti, agli interminabili rossi dei semafori, l'arrivo del verde. Rumore, parecchio, ma con una massa tale di mezzi circolanti è inevitabile, così come è inevitabile impiegare più del dovuto per spostarsi da una parte all'altra della città. Sono tutti in movimento, ognuno ha una meta da raggiungere, un appuntamento a cui presenziare, un impegno da rispettare, qualcosa da fare insomma; ma quasi nessuno usa il claxon o peggio, la strada come proprietà privata... L'India e un ricordo ora. Ho passato quasi quattro mesi in un paese che ha avuto il potere di cambiare, spesso repentinamente, i miei stati d'animo; così come un camaleonte cambia in un attimo il colore del manto. Rabbia, gioia, disperazione, serenità, sconforto; tutto si alternava a velocità inaudita nel corso della stessa giornata. Tutto penetrava attraverso la mia pelle mescolandomi le viscere, e ne usciva portandosi dietro brandelli del mio equilibrio psichico; 11.000 km di TSO! Anche gli ultimi giorni a Calcutta, spesi per organizzare la spedizione della moto, non sono stati da meno. Ho cercato e consultato una decina di spedizionieri per ottenere un prezzo umano; ma ho sempre trovato avvoltoi pronti a lanciarsi su un animale agonizzante che attende solo il colpo di grazia. Gli indiani, come molti esseri umani, sanno essere umili e gentili, collaborativi e generosi; ma quando ci sono di mezzo i soldi diventano degli spietati terminator. Mi sono sentito chiedere 250 euro solo per le pratiche doganali in aereoporto, motivati dal fatto che bisognava ungere diversi funzionari affinchè quella che dovrebbe essere normale amministrazione venga tramutata in eccezionale cortesia. Per non parlare della questione imballaggio; "La moto deve essere contenuta in una cassa di legno il quale deve essere sottoposto a fumigazione per le norme di igiene e sicurezza vigenti." Igiene e sicurezza; in India? Sta di fatto che un'imballatore mi ha chiesto 180 euro per costruirne una. Un'altro, molto più ardito e intraprendente, dopo aver visionato il mezzo e visto la mia faccia da fesso, mi ha informato che per meno di 900 euro (novecentodiconovecento fottutissimi euro) non avrebbe mosso un dito. Non mi sono perso d'animo; ho continuato a rimbalzare da un'ufficio all'altro fino a quando ho trovato qualcuno che, mosso da pietà e stanco di avermi tra i maroni un giorno sì e l'altro pure, ha sparato ad altezza d'uomo un bel 700 euro, tutto compreso. Per meno solo due dita negli occhi. Una volta arrivato a Bangkok non mi restava che tornare all'aereoporto per sdoganare la cassa (530 kg), rimontare ruota, parafango, parabrezza, manubrio, riconnettere la batteria e, con le ruote sgonfie, uscire dalla dogana, dopo due ore e mezza di burocrazia, alla ricerca di un benzinaio; costo totale dell'operazione, 75 euro. La moto necessitava delle cure di un meccanico per risolvere il problema al cambio che aveva bruscamente interrotto la mia marcia verso il Nepal. Portata alla locale officina Harley il martedi mi è sta riconsegnata la sera seguente, dopo una scrupolosa e meritata revisione. A parte olii, filtri e paraolii vari, guarnizioni, dischi frizione, cuscinetti ruota, cavalletti senza molla, cavi da saldare, viti mancanti e chi più ne ha più ne metta (e paghi), il problema principale era sostituire la molla da 3 euro del selettore del cambio spezzata in due, per un totale di euro 650. Ora la moto è parcheggiata sotto casa di Libby, una ragazza inglese che, dopo aver trascorso 12 anni in Italia, si è trasferita in Thailandia. Mi aveva contattato tempo fa, grazie ad amici in comune, e sapendo del mio viaggio si era offerta di ospitarmi. Adesso non mi resta che provvedere alla sostituzione degli pneumatici, dei dischi freno anteriori usurati e delle pastiglie, prima di riprendere la rotta, con calma, verso la Cambogia; alla scoperta di un'altro pianeta...
GIRO DI BOA
Calcutta West Bengal, 6 Gennaio 23.914km
Sono dove non avrei dovuto/voluto essere, ma comunque sono. E' stato il cambio della moto, che ha cominciato a fare i capricci sulla strada per Darjeliing, che mi ha portato qui, nella città della gioia. Caricata la moto sul treno a Bankura, sono arrivato a Calcutta una settimana fa. Grazie all'interessamento di Arijit, membro degli Eastern Bulls, sodalizio di biker locali, ho trovato un albergo e ho cominciato a girare per aeroporti e agenzie, organizzando la spedizione della moto a Bangkok. Il problema al cambio è abbastanza serio; le marce faticano ad entrare e non sempre si innestano. Stante questa situazione ho dovuto rinunciare al Nepal, da dove avevo pianificato la spedizione per i costi più contenuti dell'operazione, e dirottare verso la capitale del Bengala occidentale, la città della gioia appunto. Probabilmente, anzi sicuramente, in India hanno una concezione di questo stato d'animo/sentimento molto diversa dal nostro. La gioia per loro, come nel resto del paese, è vagare come automi senza criterio per le strade, vagare, senza la minima conoscenza, ne il minimo sentore di coscienza, riguardo ai rischi ed ai pericoli che lo stare in strada comporta. La gioia per loro è suonare il clacson all'infinito, per riflesso condizionato, come scimmie impazzite. lo fanno anche se la strada è perfettamente sgombra, perché questa è l'unica regola che hanno assimilato; il resto non conta. Non conta partire da fermi tagliando la strada agli altri veicoli per svoltare a destra, qui si guida a sinistra, senza segnalare minimamente la cosa. Non conta percorrere una strada contromano, anche per chilometri, perché così mi viene più facile. Non conta superare, spesso in curva, mentre dall'altra parte arriva qualcuno che forse si sposterà lasciandoti il passo. Non conta la precedenza agli incroci o la luce dei semafori, non conta se sei un pedone; spostati e avrai salva la vita. Non conta avere le luci posteriori funzionanti, non conta, di notte, usare gli abbaglianti accecando il povero pirla in moto che viaggia in senso contrario, non conta usare gli specchi retrovisori, regolarmente chiusi o, nella maggior parte dei casi, mancanti. Non conta immettersi in una arteria principale prendendosi la briga di accertarsi che non arrivi qualcuno a cui si dovrebbe dare la precedenza, non conta, quando si svolta, farlo con una manovra a 90°; è più eccitante imboccare la strada con una traiettoria più morbida, invadendo allegramente l'altra corsia ed entrando, regolarmente, nella via prescelta contromano. Non conta muoversi, come un bradipo, con un camion, con un bus, con un trattore, o con un carro trainato da buoi sulla corsia di sorpasso di una superstrada. Non conta mettere, incoscientemente e con atroce leggerezza, la propria vita e quella degli altri in pericolo; quello che conta è avere un buon clacson. Sono passati sei mesi da quando ho lasciato l'Italia per imbarcarmi in questa avventura. Sei mesi durante i quali ho attraversato undici paesi e le tre più alte catene montuose del pianeta. Sei mesi durante i quali ho affrontato elefantiache burocrazie e personaggi senza scrupoli, ho superato ostacoli apparentemente insormontabili, respirato polvere, mangiato sabbia, fatto bagni di fango, saune di sudore, patito il freddo acuto e il mal di montagna, combattuto contro l'incapacità di alcuni popoli al volante, visto la miseria più nera e disperata e la più fredda e insensibile indifferenza. Ma ho anche goduto delle meraviglie incontrate lungo la Via della Seta, degli annichilenti paesaggi del Pamir, del Karakoram, dell'Himalaya, o dei mistici silenzi dei monasteri buddisti in Ladakh. Ho dato tanto, ma allo stesso tempo ho ricevuto. Questo è il motivo per cui viaggio in moto, questa è la risposta a chi mi chiede il perché di questa mia insana inclinazione; perché non mi limito a vedere, assorbo la vita che mi circonda entrandoci dentro, spesso sbattendoci la faccia contro e facendomi, talvolta, male. Questo è il mio modo di conoscere il mondo, toccandolo direttamente con mano; anche quando altri, spaventati o noncuranti, voltano la faccia da un'altra parte. Ora non mi resta che attendere Sabato per volare a Bangkok. La sosta nella capitale tailandese mi servirà per portare la moto alla locale officina Harley, aprire il cambio, verificare il problema e intervenire. Oltre a ciò, avrà bisogno di manutenzione; per cui cambio olio, filtri, gomme, pastiglie/freni ed un accurato controllo generale. Dopo tutto quello che ha passato per portarmi fino a questo punto se lo merita...
NUMERI
Paesi attraversati:
Grecia
Turchia
Georgia
Azerbaijan
Turkmenistan
Uzbekistan
Tajikistan
Kyrgyzstan
Cina
Pakistan
India
Consumi:
benzina
1.400 lt. Circa
olio
2,5 lt. Circa
olio motore sostituito a 12.500 km
olio primaria e trasmissione a 16.000
Problemi:
Turkmenistan-Rottura relè termico.
Tajikistan-Rottura tubo freno posteriore.
Kyrgyzstan-Rottura, a seguito incidente, di para motore, asta rinvio freno posteriore, paramani, coperchio distribuzione e supporto anteriore motore.
Cina-Rottura lente faro e lampadina posteriore.
India-Rottura di balle per l'inabilità degli indiani alla guida.
Passi valicati:
Anzob, 3373 mt. Tajikistan asfalto
Khaburabot, 3252 mt. Tajikistan sterrato/pietra
Koi-Tezek, 4271 mt. Tajikistan asfalto
Bulunkul 4168 mt. Tajikistan sterrato
Nayzatash, 4314 mt. Tajikistan sterrato
Akbaital 4655 mt. Tajikistan sterrato
Uybulok 4232 mt. Tajikistan sterrato/pietra
Kyzyl-Art 4280 mt. Tajikistan/Kyrgyzstan sterrato/pietra
Taldyk 3615 mt. Kyrgyzstan sterrato
Chyrchyk 2408 mt. Kyrgyzstan asfalto
Ala-Bel 3184 mt. Kyrgyzstan asfalto
Karakol 3646 mt. Kyrgyzstan asfalto
Talang 3860 mt. Kyrgyzstan sterrato/pietra
Torugart 3752 mt. Kyrgyzstan/Cina sterrato/pietra
Ulugrabat 4098 mt. Cina asfalto
Khunjerab 4700 mt. Cina/Pakistan asfalto/sterrato
Babusar 4145 mt. Pakistan sterrato/fango
Rotang la 3985 mt. India fango
Baralacha la 4991 mt. India sterrato
Neeka la 4835 mt. India asfalto/sterrato
Lachlung la 5021 mt. India sterrato
Taglang la 5326 mt. India pietra/fango
Khardung la 5602 mt. India sterrato/pietra
Chang la 5306 mt. India sterrato/pietra
Namika la 4149 mt. India sterrato
Fotu la 3922 mt. India sterrato
Zoji la 3515 mt. India sterrato
ON THE ROAD AGAIN
Kochi, Kerala.18 Dicembre, 20.796 km
Tutto è bene quel che finisce bene, soprattutto se l'attesa, inizialmente mal digerita, si tramuta in piacevole sosta. Nelle tre settimane di permanenza ad Anjuna (Goa) ho modo di trasformare un limbo meccanico in una vacanzella rigenerante, nel corpo e nello spirito (inteso come birra strong e cocktail a 1 euro). Nel mentre che Sagàr, il meccanico 36enne con la faccia da bambino, si adopera, tra una moto e l'altra, per venire a capo del problema facendo congetture e tentativi, io mi consumo, nei momenti in cui non gli sto col fiato sul collo, tra salubri camminate sul bagnasciuga, raduni di Enfield e party sulla spiaggia. Poi, inaspettato, l'arrivo di Pablo. Pablo Alvarez da Salamanca lo conobbi, o sarebbe meglio dire mi salvò, tre anni fa a Tehran, quando sporco, brutto come sempre, e anche un pò cattivo, vagavo nella notte della capitale iraniana alla ricerca di un letto. Avevo già questuato un materasso in diversi alberghi, ma la risposta era sempre troppo esosa o senza disponibilità. Ero appena stato rimbalzato dal Naderi Hotel e, tornato in strada mi accingevo a risalire in moto per finire chissà dove, quando comparve lui a cavallo della sua BMW. Aveva un anno sabbatico da spendere lontano dal lavoro per viaggiare fino in Tailandia. Arrivato il giorno prima si era accaparrato l'ultima camera, con due letti, disponibile. Mi chiese chi fossi, da dove venivo e dove andavo. Gli spiegai il tutto e mi offrì di condividere la sua stanza; fine del problema. Al ritorno dalla Tailandia, l'anno seguente, ricambiai volentieri il favore ospitandolo per qualche giorno a Milano. Avevamo appuntamento per fine novembre a Mumbay, dove sarebbe arrivato al termine del tour da lui organizzato in Rajastan con le Enfield. Ma il mio problema ha, di fatto, mandato all'aria l'incontro da tempo programmato. Invece, l'uomo delle sorprese decide altrimenti; dirotta il suo volo da Mumbay a Goa per venirmi a trovare, prima di tornare nella fredda Parigi. E' stato a Goa prima e ben più a lungo di me, conosce quindi usi e costumi della zona. Mi porta, una sera, a Chapora, luogo di ritrovo per turisti, più o meno, occidentali. Lo ribattezziamo Lo Zoo, per la varietà e la natura dei personaggi che lo popolano; residuati Hippy degli anni '60 e '70, Punkabbestia, rave addicts e altre specie in numero minore abitano la notte di questa stretta stradina puntellata di bar, ristorantini, kebab e quant'altro aduso a fare commercio. Conosco anche Claudio e Fiorella, coppia di Roma che, bontà loro, ha deciso di spostare il proprio centro di gravità permanente dalla città eterna a Chapora. Gestiscono un Book Shop e la nostalgia della capitale non sembra un problema loro; Claudio mi confessa che, in fondo, per trovare traffico caotico e confusione generale basta andare a Mumbay... I giorni passano, il problema alla moto no. Sagàr decide di portare l'Harleya a Mapusa, grosso centro a 6 km da Anjuna, dove un suo conoscente, luminare meccanico, potrebbe esserci di aiuto. Il trasferimento avviene in stile fantozziano; io davanti con il bicilindrico ammutolito e lui dietro, a spingermi con il piede destro mentre guida la sua piccola ed esausta Yamaha TZ 125 tra le strette e tortuose stradine perse nella macchia tropicale. E finalmente arriva il giorno del giudizio; si scopre l'intoppo che ha addormentato il cuore della mia moto. Il cavo del sensore albero motore si è tranciato, nella guaina che lo nasconde alla vista e alle intemperie, impedendo alla corrente di arrivare alle candele. Sostituito con un elemento made in India, il motore torna finalmente a fare il suo dovere e a scaldarmi le parti basse. Verificata la bontà della riparazione, attendo che da Mumbay arrivi una nuova batteria per sostituire quella che, grazie ad una maldestra carica veloce si è bruciata nei vani tentativi di rianimare il mezzo. Poi, finalmente, anche se un po a malincuore, la partenza. Caricate le mie masserizie, lascio Goa definitivamente in direzione di Hampi, antico regno Hindù, 300 km all'interno nello stato del Karnataka. Rovine disseminate su un'area di 30 kmq in una zona paesaggisticamente dominata da enormi massi levigati dall'acqua e dal tempo; quasi più interessanti questi ultimi che i manufatti di granito e i templi votivi. Da Hampi a Bangalore attraverso quello che sembra un percorso di guerra anziché una strada; buche, o crateri, o voragini, dossi artificiali, colonne interminabili di camion assassini, bipedi e quadrupedi allo stato brado e un paesaggio piatto e monotono come la Pianura Padana. Bangalore non vale la visita; o almeno la vale alla concessionaria Harley, appena aperta e in via di completamento, per spurgare la pompa freno posteriore che ha smesso, da giorni ormai, di fare il proprio lavoro. Il responso però è che il suddetto apparato avrebbe bisogno di andare in pensione, dopo solo 20.000 km di onorato e terrificante servizio. Purtroppo loro non hanno la parte incriminata come ricambio; dovrò proseguire con cautela e, quando arriverò a Bangkok, oltre a sostituire gli pneumatici, le pastiglie freno e il filtro dell'olio, dovrò provvedere anche a questo; speriamo che i miei santi protettori a Corsico ascoltino le mie preghiere... Lasciata Bangalore continuo la mia discesa verso sud. Mysore, dove visito il palazzo del locale Maraja e la cattedrale gotica di Santa Filomena e Ooti, arrampicandomi sui 36 stretti tornanti della panoramica strada che porta ai 2500 mt. della località montana, circondata da piantagioni di te. Scendendo dall'altro versante incrocio Coimbatore, sosto per la notte a Palakkad e ritrovo il mare a Kochi, vecchia puttana coloniale usata ed abusata da Olandesi, Portoghesi e Francesi. Qui ritrovo l'atmosfera tranquilla e rilassata di Goa, lontana dall'inquinamento atmosferico e sonoro delle classiche città indiane, oltre che una nutrita colonia di cristiani “abbronzati” come qualcuno li definirebbe. Domani di nuovo in sella, scavalcando le montagne di Munnar sulla rotta che porta ad Est verso Madurai e, ancora più in là per ritrovare il mare a Chennai sul Golfo del Bengala. Probabilmente arriverò in zona intorno al 31 Dicembre. Qualcuno mi ha scritto, chiedendomi dove e come intendo passare la notte di San Silvestro; ho risposto che questo è un problema che non mi riguarda. Sono in viaggio da quasi sei mesi; festeggio ogni giorno...
BUON 2011 A TUTTI!
STOP!
Anjuna (Goa), 18 Novembre 18.903 km
Probabilmente dovevo aspettarmelo; dopo tutti questi km, percorsi spesso su strade dalle condizioni ben poco ortodosse, la moto decide di prendersi una pausa. Succede esattamente una settimana fa, sulla strada che dallo stato del Maharastra porta a Goa. Una striscia di asfalto, più o meno, che attraversa una fitta macchia tropicale, scendendo in verticale all'interno della costa verso il Kerala e la punta meridionale del paese. Sto viaggiando normalmente, quando all'ennesimo salto su un tratto accidentato la moto, dopo aver sbuffato dal carburatore, si spegne in corsa. Accosto e provo a farla ripartire ma nulla. “Ok ci siamo” mi dico, questo è il giorno che nessuno di noi vorrebbe mai vivere con la propria due ruote. A caldo, molto caldo e umido, comincio a riflettere su cosa possa aver causato questa panne. Sembra un problema elettrico, vediamo cosa poter fare. La prima cosa che controllo è la corrente alle candele; niente. Bene cominciamo a cambiare la bobina. Niente; passiamo allora alle candele; niente. Saranno mica i cavi? Cambiati, ma niente. Nel frattempo si ferma una motoretta con a bordo solo due persone. Uno di loro mi chiede cosa è successo e se ho bisogno di aiuto. Spiego l'accaduto e per tutta risposta ricevo un invito a portare la moto, a spinta, a casa di costui, un paio di centinaia di metri più avanti, all'interno della macchia tra palme e alberi di mango vari. Arriviamo a destinazione, scarico la moto e vado avanti con le mie elucubrazioni pseudo tecniche; Io sto all'impianto elettrico come Obama al KKK. Continuo con la mia teoria dell'esclusione, sostituendo, nell'ordine, il relè dell'accensione, la centralina e il regolatore di tensione; ma niente. Comincio a preoccuparmi... Nel controllare cavi e componenti dell'impianto mi accorgo che il relè termico è fuori posto; lo rimetto in sede, incrocio le dita e provo a far girare il motore. Parte! Io e Udaikumar, la persona che mi ha offerto aiuto, sorridiamo soddisfatti. Mi rivesto, sudando, saluto e ringrazio il villico per il tempo che mi ha dedicato; sono di nuovo in strada. Questo e quello che penso prima che il motore si spenga da sé. Riprovo, ma la batteria mi fa capire, con un sinistro traaa-traa-traa di non averne più. Ok, la cosa è seria allora; stanotte dormirò qui. Udai si è già offerto di ospitarmi e di portare la batteria in ricarica al villaggio; riproveremo domani. Ma anche con la batteria carica le cose non cambiano; dopo pochi tentativi, infruttuosi, l'accumulatore finisce di nuovo al tappeto. Udai propone di smontare la batteria dalla sua auto e di collegarla alla mia; così facendo si dovrebbe avere potenza necessaria per fare girare il motorino di avviamento. Nel frattempo avviso i ragazzi di Crazy Choppers a Milano, mettendoli al corrente dell'accaduto e chiedendo lumi su una possibile causa del guasto. Faccio lo stesso con Nishan, responsabile tecnico dell'officina Harley a Mumbay che contatto telefonicamente. Secondo la teoria di John Mc Innerley, responsabile tecnico di H-D India la causa dovrebbe essere un'anomalia nell'impianto di alimentazione. Ok dopo un altro giorno di tentativi vari ed un altra carica alla mia batteria e, visto che non ho impegni urgenti, decido di andare a vedere anche sotto il serbatoio e dentro al carburatore. Il caldo è insopportabile, l'umidità pure peggio, ma in questa situazione, seppur influenti sul mio fisico passano in secondo piano. Riprendo in mano i ferri e rimuovo il serbatoio dopo averlo svuotato. Controllo il tubo del depressore, magari una crepa un otturazione, niente. Cambio anche il sensore dell'aria sul collettore e la guarnizione tra quest'ultimo e il carburatore, intanto che la batteria finisce di caricarsi. Già che ci sono, apro il carter della primaria per verificare che il motorino di avviamento ingrani sulla ruota dentata della frizione; funziona. Bene, rimontiamo il tutto, colleghiamo la batteria e incrociamo le dita. La moto parte al primo colpo! Dovrebbe essere la volta buona questa. Lasciamo girare il motore per verificare che tutto sia a posto, fino a quando non decido di tirare su la moto dal cavalletto; e si spegne! Riprovo un' altro paio di volte a farla ripartire ma la batteria è di nuovo a terra; e io pure... Io e Udai conveniamo che sia il caso di trovare qualcuno che possa fare qualcosa per rimettere le cose a posto, ma qui, tra palme e manghi vari, non c'è nessuno. Nel frattempo mi chiama Riccardo di Crazy Choppers da Milano, girandomi il telefono di un suo conoscente a Goa che può mettermi in contatto con qualche meccanico esperto di Enfield; almeno qualcosa in più di me certamente saprà. Udai si attiva per cercare un mezzo su cui caricare la moto e percorrere i 90 km che separano casa sua da quella di Ashok ad Anjuna, la persona amica di Riccardo, con cui mi sono messo in contatto. Caricata la moto, non senza fatica, su un pick-up Tata partiamo. Arrivati a destinazione dopo aver attraversato una pioggia monsonica fuori stagione, scarichiamo, a mano e senza rampe, il mezzo e lo infiliamo sotto una tettoia. “Oggi è sabato” mi dice Ashok, dovremo attendere Lunedi perché qualcuno si renda disponibile a dare un occhio. Ok, weekend sulle rive del Mare Arabico in attesa che arrivi il Lunedi; mai stato così ansioso di iniziare una nuova settimana... Lunedi arriva Sagar, il meccanico consigliatomi da Ashok e comincia a controllare cavi, cavetti e connessioni varie, utilizzando, senza risparmio, antiossidante spray. Ma non c'è verso; la corrente non arriva alle candele, o meglio; quando arriva lo fa molto debolmente e nella fase sbagliata nella rotazione del manovellismo. E' un problema elettrico concorda anche lui; ci deve essere una dispersione o un contatto da qualche parte. E intanto la batteria si scarica per l'ennesima volta. Si ripresenta, dopo che l'ho letteralmente inseguito per due giorni, con il suo mentore tecnico e una batteria in più da collegare alla mia e ritentare l'avviamento. Colleghiamo il tutto e schiaccio il pulsante dell'avviamento; dopo due giri il motore parte, per spegnersi quasi subito. Il luminare annuncia la diagnosi; dispersione o cavo allentato nell'impianto elettrico. Bene, credo, abbiamo un parere in più, ma la moto è sempre ferma... e la batteria di nuovo a terra. Ora sono sul terrazzo della guest house in attesa che arrivi Sagar per trainare la moto nella sua officina e cominciare a ficcare il naso, e le mani, nell'impianto elettrico alla ricerca della scintilla perduta; mi auguro di ritrovarla presto, affinchè torni ad illuminare il mio cammino solitario...
DELHI
Delhi, 19 Ottobre 16.436 km
Ottenuti i permessi, partiamo per il Pangongtso, risalendo per una cinquantina di km la valle dell'Indo. Raggiunta Karu, deviamo a destra per affrontare il Chang la, passo che insieme a Khardung la e Taglang la completa il podio delle più alte strade carrozzabili al mondo. Strada e tempo in ottime condizioni, tant'è che dal fondovalle si può ammirare il valico, arroccato tra brulle vette 25 km più a monte; spettacolo impressionante. Solo gli ultimi km di strada su entrambe i versanti sono impegnativi; in alcuni passaggi, all'ombra, si deve affrontare anche il ghiaccio. Pernotto a Tangtse, 35 km prima del lago; non ho voglia di affrontare la strada al buio. Il mattino seguente la mia accidia mi da ragione; lingue di sabbia e parti franate o in costruzione mi attendono. E poi, dopo una mezza dozzina di tornanti in discesa eccolo lì, incastrato a 4098 mt. Tra India e Cina. Lo spettacolo è impressionante; acqua di un blu profondo, creste spoglie color ocra e una base dell'esercito ad accoglierci; oltre solo un paio di insediamenti Changpa, pastori di origine tibetana che vivono questa tremenda solitudine come se fosse la cosa più naturale al mondo. Scelta, tradizione, necessità; la loro e una sfida continua contro le avversità e l'estrema durezza della vita in alta quota. Il motivo sono le capre; allevate a queste altitudini producono lana Pashmina, calda e morbida, particolarmente ricercata per la produzione di manufatti artigianali. Passiamo la notte presso una famiglia di pastori, godendoci il tramonto e l'alba sulle sponde del lago. Rientro a Leh; io parto di buon ora, Stefano e Marcella, come al solito, se la prendono comoda. Ripercorro la strada all'inverso, doppio il Chang la e affronto la discesa verso la valle dell'Indo. Giusto pochi km prima di raggiungere Karu in una curva a sinistra metto le ruote su un miscuglio di sabbia e olio e finisco gambe all'aria. Devo aspettare qualche minuto perchè arrivi qualcuno che mi aiuti a rialzare la moto, coricata a 180°. Danni limitati a cupolino e specchio graffiati, normale amministrazione. Molto più ingente il danno causato dalla mia ingenuità; avevo la macchina fotografica a tracolla e nel volo ci sono finito sopra. Solo dopo aver aperto la custodia mi sono accorto di aver sbriciolato l'obiettivo. Raggiungo Leh di conserva; la gamba destra contusa nell'impatto comincia a farmi male anche seduto in sella e a camminare è pure peggio. Un paio di giorni di riposo prima di raccogliere tutti i bagagli e lasciare definitivamente il Ladakh; almeno io, I due bradipi si muoveranno con un paio di giorni di ritardo. E' così dopo tre mesi di viaggio in compagnia, più o meno numerosa, riprendo la mia condizione di overlander solitario; altro giro, altro regalo. Come da copione impiego due giorni per raggiungere Srinagar da Leh, con sosta di cinque ore sullo Zoji la, l'ultimo passo himalayano, a causa delle solite frane che bloccano la strada. Due notti tranquille a Srinagar, nonostante la situazione sociale sempre in bilico per i recenti scontri tra musulmani indipendentisti ed esercito. Altro tappone alpino per arrivare a Mcleod Ganj, Himachal Pradesh, sede del governo tibetano in esilio e residenza del Dalai Lama. Tre giorni di ozio in questa cittadina che domina le pianure prima di completare la discesa nei caotici ed umidi inferi delle città indiane. Lascio il fresco delle colline alle sei del mattino e raggiungo la sauna della capitale poco prima del tramonto; esausto per le tredici ore in sella e per la sconsiderata follia degli indiani sulla strada. Non entro nel merito della questione perchè verrei tacciato di razzismo, ma per certe cose, soprattutto quando c'è di mezzo la mia incolumità ed il buonsenso, non sono per niente tollerante. A Delhi faccio visita alla locale concessionaria Harley-Davidson che ha aperto i battenti il 14 Luglio scorso, ritrovando, per certi versi, un'ambiente a me familiare. Ne approfitto per far controllare la moto in officina. Da un po di tempo ho la sensazione che tenda a tirare a destra; dev'esserci qualcosa fuori posto nell'allineamento tra gruppo propulsore e telaio. Infatti le mie sensazioni non sono campate in aria; una volta messa sul ponte scopriamo la causa. Nell'incidente di due mesi fa in Kyrgyzstan il paramotore, divelto dall'auto, ha impattato contro il propulsore, deformando e spezzando il supporto elastico anteriore. Ciò ha causato il disallineamento di motore e forcellone, svelando anche l'arcano mistero della ruota posteriore che striscia sul bordo destro del parafango. Ora sono qui a decidere il da farsi; ci vuole circa un mese perchè la parte necessaria arrivi dall'Europa a Delhi e io non ho voglia di aspettare. Altrimenti mi auspico l'intervento dei miei angeli custodi di Crazy Choppers, che da Milano potrebbero mandarmi in dono quello di cui ho bisogno.
DELHI
www.lungastrada.it
Salve a tutti; ho terminato, finalmente, il mio primo terzo del viaggio. E' stata dura, in alcuni frangenti anche di più, ma alla fine sono riuscito a raggiungere Delhi, scendendo definitivamente, con qualche malinconica lacrimuccia, dalle montagne himalayane. Da ora in poi mi attende un lungo inverno di ozio tra palme, spiaggie, sole, mare, feste. Vi invidio, voi che avete già cambiato l'abbigliamento nell'armadio, che avete già acceso il riscaldamento, che avete già iniziato con minestroni, zuppe, serate intorno al fuoco a rimembrare dell'estate e del vostro girovagare in moto, a programmare i prossimi viaggi estivi; io sono qui, in mezzo alla strada in maglietta e braghe corte a grattarmi le... orecchie pensando a come impegnare la giornata. Vi invidio, voi che non avete i miei problemi...
HIMALAYA!
Leh Ladakh India, 2 Ottobre 13.998 km
Sporchi, brutti e recidivi, almeno nel mio caso; io e Stefano abbiamo finalmente raggiunto il Ladakh. Lasciato il Pakistan siamo entrati in India il 19 Settembre dal confine di Wagah-Attari, assistendo alla suggestiva cerimonia di chiusura della frontiera, evento molto sentito e partecipato dai locali. Una notte ad Amritsar e poi spediti verso Manali. Comincia infatti da qui la mitica e temutissima arteria che collega l'Himachal Pradesh al Jammu & Kashmir, nella fattispecie alla regione himalayana del Ladakh. Dobbiamo ritardare la partenza di un giorno causa pioggia; questo significa che troveremo una strada di m.... Ci muoviamo il mattino seguente, sotto una leggera pioggerellina, alla volta del Rotang la, il primo ed il minore dei cinque passi che ci separano da Leh. Cinque ore e mezzo per coprire i 51 km fino alla vetta, a causa del fango immondo che copre tutto e costringe una lunga fila di veicoli, noi compresi, ad un'interminabile stop & go per i numerosi punti critici da attraversare e per lasciare il passo ai veicoli, leggi camion molti camion, che scendono a valle. Finiamo la giornata a Keylong, dopo soli 110km e otto ore di strada. L'indomani altro “Tappone alpino” con il superamento del Baralacha la (4985 mt.) e del Lachlung la (5060) per arrivare a Sarchu, una tendopoli nel mezzo di una piana a 4400 mt. dove pernottiamo eroicamente in tenda. Io un po meno, a causa del mal di montagna che non mi fa chiudere occhio. Sveglia di buon ora, colazione e via verso nuove disavventure. La strada, che tre anni fa trovai discreta, è in pessime condizioni. In quei pochi punti dove ancora resisteva l'asfalto è stato rimosso in previsione della completa ricostruzione, prevista per il 2012... Sostiamo a Pang, altra sperduta tendopoli sulla via di Leh, prima di arrampicarci sul Taglang la, che con i suoi 5326 mt. è considerato il secondo passo carrozzabile più alto al mondo. Tempo stupendo, panorami fantastici, ma strada sempre più accidentata e in balia del fango. Il mal di montagna, grazie al paracetamolo, sta scemando, ma voglio raggiungere Leh quanto prima per lasciarmi alle spalle questo interminabile supplizio. Stefano invece se la prende comoda; sostando per il pranzo a Pang, raggiungerà Leh il giorno seguente. Una volta acclimatatici ai 3505 mt. Di Leh io Stefano e Marcella, la di lui fidanzata che qui ci ha raggiunto in aereo, ci muoviamo per affrontare il Khardung la, il più alto passo carrozzabile al mondo, posto a 5602 mt. Sul livello del mare; una bella sfida , per noi e per le moto. Cielo terso e temperatura mite, le condizioni ideali per compiere questa scampagnata di tre giorni che ci porterà fino a Diskit nella Nubra Valley. Raggiungo abbastanza agilmente il passo, mentre Stefano, a causa della centralina elettronica del GS, tarata per determinate altitudini è costretto a farsi trainare per le ultime centinaia di metri fino alla cima. La discesa verso la Nubra Valley, lunga e sinuosa, è stupenda per la strada, ora decente, e per gli scorci selvaggi delle cime e della stretta gola che ci porta nel letto del fiume omonimo. A Diskit visitiamo il locale monastero buddista, arroccato su una ripida cresta che domina il villaggio e la valle. A Hundar, inaspettatamente, incontriamo dune di sabbia e cammelli della Battriana, ultima testimonianza dei trascorsi carovanieri di quest'area, che attraverso il Karakoram la collegava Leh a Kashgar in Cina. Ora siamo in attesa dei permessi per raggiungere il Pangong tso, lago situato a circa 140 km ad est di Leh sul confine cinese. Saranno altri giorni di scoperte e di nuove sfide; ma noi siamo qui anche per questo.
KARAKORAM ODYSSEY
Islamabad Pakistan, 13 Settembre 12.559 km
Finalmente è finita! Una lunga, estenuante e probante odissea per terminare il tragitto che avevamo iniziato a Kashgar in Cina il 30 Agosto. Sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata, ma nemmeno immaginavamo che quest'incubo sarebbe durato 11 giorni! Finita la Cina finisce anche l'asfalto e gli 836 km che separano il Khunjerab pass dalla capitale pakistana li abbiamo vissuti giorno per giorno, aspettandoci di tutto; tendenzialmente in peggio. La parte pakistana della Karakoram Highway (KKH) è infatti in via di rifacimento, per cui fino alla metà della sua lunghezza, nell'area di Chilas, la strada non è altro che un immenso cantiere, dove l'asfalto non esiste più, sostituito da tutto quello che di poco scorrevole potete immaginare. Impieghiamo cinque ore e mezzo per raggiungere la frontiera di Sost, 85 km più a valle, arrivando stravolti, con scivolata finale del sottoscritto sul ghiaione. Fortunatamente il Pakistan non è la Cina, lo dimostrano subito i funzionari doganali che ci accolgono a lume di candela, la corrente come la intendiamo noi la troveremo solo ad Islamabad, per espletare le pratiche relative ai mezzi ed ai due farfalloni italiani sprovvisti di visto. Come dicevo i pakistani si presentano candela in mano, umili e disponibili, per risolvere in soli cinque minuti il problema dei visti mancanti; una foto, 24 $ e benvenuti in Pakistan! I problemi, quelli veri, iniziano il giorno seguente. Un ponte crollato impedisce il transito dei mezzi; per cose e persone si arrangiano con due tronchi messi a mo di passatoia. Noi ci accordiamo con un gruppo di porters affinché rendano l'instabile passaggio capace di sopportare il peso delle moto che, una ad una, verranno spinte a mano dall'altra parte. Un esercizio di equilibrismo e sangue freddo per noi, normale routine per loro. Attraversato il lago su piccole barche tra Gulmit e Karimabad affrontiamo dopo Gilgit la frana che da giorni impedisce i rifornimenti alle valli più a nord del paese. Io e Roberta, lasciato il Gruppo a Gilgit, decidiamo di rischiare, ma il primo tentativo fallisce per mancanza di un accordo con i porters. Riproviamo l'indomani, molto più determinati, in quanto si stanno preparando a far saltare parte della montagna per ripristinare la strada. Dobbiamo sbrigarci e trovare subito un accordo, prima di restare bloccati qui per giorni; 1500 rupie per 5 persone che insieme a me proveranno a trasportare a mano l'Harley su per un angusto sentiero tra rocce e strapiombi fino a destinazione, 40 metri più in là. Sudando e sacramentando, almeno io, riusciamo nell'impresa; Roberta guardava altrove per non soffrire. Ultimo ostacolo il Babusar pass, 4175 mt. E la Kaghan Valley, tanto bella quanto impossibile per i suoi fanghi, ben poco salutari anche se ci sono finito dentro quattro volte. Sembrerò masochista, ma ora, mentre sto scrivendo queste righe, ripensando a quello che abbiamo dovuto patire nell'ultima settimana, quasi mi prende la nostalgia per quelle dannate giornate passate a litigare con la strada per guadagnare a fatica pochi metri su fondi impossibili, per quegli scenari di vette immani, come il Rakaposhi ed il Nanga Parbat, che tolgono il fiato al solo pronunciarle, per tutta quella gente incrociata nei luoghi più assurdi che pur non conoscendoti non ha mai lesinato un sorriso ne un cenno di saluto a due disperati coperti di fango a bordo di un cancello a due ruote. Tutto questo un po mi manca, forse perché col disagio avevo cominciato a conviverci, mutuando la loro semplice ma filosofica flemma di gente abituata ad affrontare quotidianamente le avversità della vita, perché come qualcuno sul ponte crollato di Husseini mi ha detto : “In Pakistan every day is a problem”.

Orbene, tornato, più o meno, alla normalità, sono stato subito risucchiato dalla proverbiale produttività meneghina. E in questi tempi di magra non è poi una brutta cosa. Nel frattempo, grazie all'amico Davide Cacciatore, ho avuto l'opportunità di fare quattro chiacchiere "A caldo" davanti ad una telecamera, per parlare di quello che è stato Lone Ride Around.
Qui trovate il link all'intervista:
http://www.youtube.com/watch?v=fYa9E8YoCno
Buona visione.
Vi ricordo l'appuntamento con la presentazione del mio viaggio, al prossimo Motor BikeExpo di Verona, dal 20 al 22 gennaio 2012


















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IL FIGLIUOL PRODIGO
Milano 21 Settembre, 60.615 km
Torna; torna, dopo tanto errabondo vagare, il figlio scellerato al grembo materno. A quel grembo spesso inviso e incompreso. A quel quieto vivere, fatto di cose semplici, di ritualità, di certezze. Torna alla realtà di tutti giorni, alle comodità, alle amicizie, vecchie e nuove, al lavoro... Torna consapevole, forse, di aver vissuto un'esperienza che a volte lo ha provato, ma che tanto gli ha dato per essersi misurato, non senza fatica, con dinamiche spesso lontane dal proprio essere. Ma questo è uno dei motivi per il quale quelli come me, i nomadi di indole e assetati di conoscenza, decidono di dedicare parte della loro vita alla scoperta del mondo. 14 mesi, 24 paesi, 60.615 km; Lone Ride Around è stato questo ma anche altro. E' stato affrontare burocrazie, strade impossibili, ostacoli apparentemente insormontabili, imprevisti umani e meccanici negli angoli più reconditi dell'Asia. Ma è stato anche riuscire ad affrontarli, e a risolverli, grazie alla determinazione ed all'aiuto, fondamentale, di persone delle quali non immaginavo l'esistenza. E' stato affrontare, con una Harley, le più alte catene montuose del pianeta per godere di scenari di assoluta bellezza. E' stato immergersi nella miseria e nella dignità, senza pari, degli ultimi della terra. E' stato crescere per il contatto con popoli lontani, con culture millenarie e con le atrocità di cui solo l'essere umano è capace. E' stato, ora non lo è più. O meglio, non lo è fisicamente, ma dentro, nella mia testolina bacata, lo è ancora e continuerà a farlo, grazie alla miriade di input ricevuti durante questa lunga, immaginifica e impareggiabile cavalcata solitaria. Una lunga avventura che è iniziata nel Novembre 2009, quando decisi di mettere sul piatto del poker della vita le mie carte. Un lavoro, amato, una vita standard, & Poor, pochi stimoli sociali, tanta voglia di giocare. Non era un bluff, avevo una mano di quelle che non puoi permetterti di non sfruttare, ma sapevo che il rischio era altissimo; perdere tutto. Ho calato le carte, ho perso la mano, ma, alla fine, la partita è stata mia. Ora si ricomincia, con un nuovo banco e nuovi giocatori; spero solo di non incontrare i soliti bari...
Voglio spendere parole di, doveroso, ringraziamento a chi ha creduto nelle potenzialità mediatiche di Lone Ride Around, supportandolo finanziariamente e tecnicamente. Un sentito grazie va allo staff di Crazy Choppers, main sponsor, che mi ha permesso di preparare la moto al meglio, e per avermi salvato in situazioni critiche con il loro supporto tecnico e logistico. A Giuseppe Roncen, direttore di Low Ride, che ha appoggiato da subito questo progetto, concedendomi mensilmente spazio sulla rivista, oltre al supporto economico. A Livio e Deanira Rebuffini, titolari della Rebuffini, azienda leader nella produzioni di parti speciali per Harley, per la quale ho testato alcuni componenti. Alla Tucanourbano, nella persona di Dora Marraffa, che ha seguito il mio "caso" vestendomi da capo a piedi. A Vincenzo Di Stefano di Zodiac Italia, per la fornitura di ricambi e la consulenza tecnica. A Mauro e Barbara di Wild Hog, protagonisti di un rush incredibile per avermi fornito, a tempo di record, la sella, indistruttibile, secondo le mie specifiche. Ad Enrico Discacciati, titolare della omonima casa produttrice di impianti frenanti, per il materiale messomi a disposizione.
Ma un grazie va anche a tutti coloro che hanno seguito, qui su Lungastrada.it, le avventure di un Overlander visionario. Uno che con il suo folle sogno, realizzato, ha confermato, a discapito delle situazioni avverse, che quello che muove un uomo non è il mezzo, ma l'idea...
Lungastrada a tutti
CALENDARIO APPUNTAMENTI
Mi pregio portarvi a conoscenza di alcuni eventi a cui sarò presente, con la moto, per condividere la mia esperienza.
IMMAGIMONDO
Lecco 8/9 Ottobre
Fiera di viaggiatori in cui avrò l'onore di presentare il mio viaggio, con ampio supporto fotografico, Sabato 8 Ottobre alle 17.30.
ROMBO DI TUONO
Fiera di Montichiari (Brescia) 14/16 Ottobre
La moto sarà esposta nello stand di Crazy Choppers.
EICMA
Salone internazionale del Motociclo, Milano 10/15 Novembre
Avrò uno spazio dedicato, per la moto, nello stand di Low Ride, area Kustom, Padiglione 2.
MOTOR BIKE EXPO
Verona 22/24 Gennaio 2012
Il mio Dyna farà bella mostra di sè all'interno dell'area Bike Show organizzato da Low Ride.




















COAST TO COAST DEI POVERI
Riga, Lettonia, 26 Agosto. 57,434 km
E così, veramente a malincuore, ho rimesso piede in Europa, dopo oltre un anno di latitanza. Attraversare il fiume Kama, a Perm, mi ha quasi fatto venire il magone. Continuavo a girarmi indietro, cercando di raccogliere, con gli occhi, gli ultimi fotogrammi di Asia. In quegli istanti ho rivissuto molti dei momenti di questa esperienza. Un accavallarsi continuo di facce e luoghi, in un caleidoscopico alternarsi di ricordi. Un anno sulla strada, evitate di darmi del trans per favore, un anno denso di tutto. Di bello e di brutto. Ci vorrà un libro per raccontare quello che ho raccolto, come esperienza di vita non più come viaggio, lungo questi quasi 60,000 km di avventura attraverso il più affascinante dei continenti. Cercherò di fare del mio meglio per trasportare, su carta, quello che difficilmente si può raccontare, perché si dovrebbe, assolutamente, vivere. Bene, un par de palle, sono qui a ragguagliarvi in merito al più strampalato, sconosciuto e mal cagato dei Coast to Coast, quello che nessuno, con un minimo di senno, si sognerebbe di fare. A chi mai potrebbe fregare di sapere che un individuo, con seri problemi mentali, si è messo in testa di attraversare, con una Harley, l'Eurasia da Est ad Ovest? A me sicuramente frega, visto che sono l'unico ad averlo fatto (se qualcuno sa di qualcun'altro si faccia sentire). Dunque, sbarcato a Vanino, Mare di Okhotsk, Pacifico, il 30 Luglio, sono arrivato ieri sera, 25 Agosto, nella capitale lettone, Mar Baltico, Atlantico, dopo 12,084 km, inclusa deviazione in Mongolia. Mi merito, di diritto, l'ingresso nel Guinness dei Primati; Primati intesi come scimmie...
Scusate le battute, ma cerco di sdrammatizzare. In verità sto affrontando, come meglio posso, quella che è, ma lo sapevo, la parte più dura: il ritorno. Già mi vedo vagare, lercio e vestito di cenci, per le vie di Milano, con lo sguardo perso nel vuoto emanando olezzi da stalla, invocando, con un fil di voce, nomi come Bukhara, Samarcanda, Pamir, Song Kol, Karakorum, Ladakh, Luang prabang, Angkor, Sumatra, Quarto Oggiaro... Chissà che ne sarà di me. Vedremo se soccomberò alla nostalgia o se prevarrà il raziocinio. Alcune considerazioni sulla grande madre Russia; che sia un paese enorme è risaputo. Ma non che sia altrettanto grande il cuore dei suoi, almeno buona parte, figli, motociclisti e non. Ho avuto problemi, di natura economica e meccanica, ed ho sempre trovato qualcuno che si è adoperato per aiutarmi. Come meglio poteva, con quello che aveva; semplicemente perché ero un motociclista in viaggio. Una grande lezione di umiltà e considerazione del prossimo. Evidentemente settant'anni di bolscevismo non sono stati tutti inutili, per buona parte della popolazione. Scusate la retorica, ma anche qui ho incontrato gente, e non solo anziani, che ha fatto proprio il classico “Si stava meglio quando si stava peggio.” Per il resto è tutto, soprattutto a Mosca, un proliferare di Porsche, Audi, BMW, Bentley e tutto quello che si può ostentare per fare scena. Come in un qualsiasi paese democratico...






















MONGOL RALLY
Ulaan Bator, 5 Agosto 49,301 km
Non è quello famoso che parte ogni inizio Agosto da Londra, ma quello che ho dovuto sostenere per arrivare nella capitale mongola in un tempo accettabile; venendo da est. Sbarcato sabato scorso a Vanino, 600 km nord-est di Khabarovsk, mi sono lanciato, eufemismo, sulla strada per il paese di Gengis Khan. Ho viaggiato continuamente per 6 giorni con gli ammortizzatori posteriori arrivati al caffè, non alla frutta, saltando come un grillo sulle gobbe, sulle buche, sulle pietre, sulle onde di asfalto scavate dai camion, sui santi e le madonne e su tutto quello di non orizzontale incontrato dalle ruote dell'Harley. 4,000 km nel far east russo, attraversando per centinaia di chilometri la selvaggia ed incontaminata bellezza della tundra. Momenti di meditazione, in movimento grazie alla strada deserta, che mi hanno riportato flashback di questa esperienza che sta, lentmente, andando a concludersi. Ho lasciato il Giappone un po a malincuore. Per la tranquillità, eccessiva, della guida, per le splendide persone che ho incontrato, e che mi hanno ospitato. Makiko Sugino a Kyoto, Minori e Lupin san a Kobe, Chris Lockwood a Nagano e Yoshiko Hasegawa a Wakkanai, sull'isola di Hokkaido. Yoshiko gestisce una specie di ostello per motociclisti, con camere in comune, una dependance e un vasto prato dove poter piantare la tenda. Non manca la cucina ed un fornitissimo bar. Una vera manna per i motociclisti che si avventurano fino alla punta estrema del Giappone, lontani dalle telecamere e dai radar della polizia. Arrivato a Korsakov, sull'isola russa di Sakhalin, ho passato la dogana in un paio d'ore e il giorno seguente mi sono fiondato, altro eufemismo, a Kholmsk, dove ho preso possesso di una cabina su un lentissimo e arrugginitissimo traghetto soviet-style. 16 ore di navigazione e voilà a Vanino. Uscito dal porto sotto una coltre compatta di nubi ho preso la strada più breve, e più malridotta per Ladoga. 346 km di cui la metà di martellante sterrato e polvere da saziarsi. A Khabarovsk ho dormito in un parcheggio per auto e l'indomani via verso belogorsk. Ho assaggiato un paio di gastiniza a prezzi esagerati e l'altro giorno sono arrivato alla frontiera russo-mongola pernottando in una gastiniza gestita da una prosperosa mamochka. Frontiera "saltata" in un'ora e mezza e le restanti sette ore passate a coprire i 345 km che mi separavano da Ulaan Bator, dove sono arrivato all'ora di punta, in un tripudio di buche, polvere, guidatori dallo stile fantasioso e traffico congestionato. La capitale più scassata che abbia mai visto in vita mia. Ma sono arrivato, questo importa. Sono accampato all'Oasis guesthouse, punto di ritrovo per overlander a due e quattro ruote. Svizzeri, tedeschi, due croati, un francese e quattro italici. Due di loro hanno già impacchettato le moto per la spedizione a casa, gli altri, una coppia di Torino, sono arrivati qui con una Guzzi Stelvio. Molte moto, tutte enduro, e diverse mascelle cadenti alla vista dell'Harley arrivata fin qui facendo un giro un pò lungo...

















BOTTOM END
Bali, Indonesia, 6 Giugno 40,007km
Ho toccato il fondo, punto massimo meridionale della mia rotta: Bali. La piccola isola dal grande flusso turistico mi ha accolto, come da tradizione locale, con il classico muro di veicoli da scavalcare. Un'impresa, al calar delle tenebre, destreggiarsi tra migliaia di mezzi, prevalentemente camion e moto, che si infilano in ogni buco disponiblie, intasando le strette stradine e saturando l'aria, già calda di suo, di un non richiesto tepore ad alto tasso di Co2. Sono approdato in quel di Kuta beach, sobborgo a sud di Denpasar, pieno di virgulti australiani ultratatuati, ubriaconi e dediti al surf. Kuta è un'interminabile distesa di negozi per surfisti, botteghe di imbrattapelle, ristoranti, bar per beoni e asfissianti indigeni che ti sfiniscono proponendoti bike transport, guided tours, have a look in my shop, buy this original wooden statue, nice t-shirt, leather jackets, mushrooms, good stuff, wanna fuck? foot massage e, soprattutto, wallet massage. Mi sono fermato qui per il semplice fatto che Kuta è a uno sputo dall'aeroporto, dove di solito si trovano la maggior parte degli spedizionieri. Oggi sono andato a trovarne una mezza dozzina, per cominciare a farmi un'idea di quante gocce di sangue dovrò versare per spedire la moto a Tokyo; e domani si replica con il resto della lista. E' passato un mese dal mio ultimo aggiornamento, quando ero inchiodato a Jakarta in attesa di un mezzo miracolo sotto forma di visto russo. Orbene, contro ogni più nefasta previsione, sono riuscito a strappare agli ex mangiabambini uno striminzito tourist visa di 30 giorni, con doppio ingresso; alla modica cifra di $ 105 per express procedure(2 giorni). Lasciata Jakarta, dopo un breve viaggio di 7 ore, sono arrivato a Bandung, 230 km dalla capitale. Poi, da Bandung a Yogyakarta (400km) in un lampo; 13 ore; a dorso d'asino è meglio. Però i paesaggi valgono il supplizio, non c'è niente da fare. Ho percorso una delle più belle strade che abbia mai fatto, e non sono poche, tra Cilaciap e Temon lungo la costa meridionale di Java. Il promontorio di Karang Bolong, una decina di km, è un pazzesco toboga asfaltato largo due metri, a volte anche meno , che si arrampica, letteralmente in verticale, nella giungla, dove, quando la macchia lo permette, si può scorgere l'Oceano; certo non è come il lungolago di Lecco la Domenica pomeriggio, ma nella vita, a volte, ci si deve accontentare... Dopo aver visitato i siti storici di Borobudur, Buddhista, e Prambanan, Hinduista, ho attaccato senza remore la parte est di Java, famosa per i suoi vulcani. Il primo è stato il Bromo, scalato alle quattro del mattino, col buio, insieme a poche altre centinaia di persone, in coda sul ripido sentiero come in una rituale processione. Spettacolo suggestivo vedere il sole illuminare il cono fumante che emerge, da un mare di nebbia, al centro di quel che resta di un ancor più grande cratere. Dopo il Bromo altra levataccia, il giorno seguente, sempre allegramente alle tre del mattino, per raggiungere un'altro cratere, quello del Kawaijiehn, all'estremità orientale di Java, proprio di fronte a Bali. Ma qui la situazione è più complessa. Tento con la moto di raggiungere, sempre al buio, la base del vulcano, ma la strada, una cosa a metà tra un tratturo e un sentiero per stambecchi, me lo impedisce. Lascio la moto sotto una tettoia e rimedio, pagando, un passaggio da un camion; un'ora per percorrere i 10 km mancanti. Da qui sono solo 3 i km, di sentiero, da percorrere per raggiungere la bocca del famigarato Kawaijihen. Nel frattempo la mia, di bocca, non è grande abbastanza per far passare l'aria necessaria ai polmoni per muovere le gambe; e questa maledetta salita non finisce mai. Ma alla fine, del sentiero e delle mie forze, raggiungo la meta. Djay, il ragazzo che mi ha accompagnato lungo l'irta, fumando tranquillamente alcune sigarette, lavora nella solfatara sul fondo del cratere. Questa strada la conosce a menadito e, soprattutto, la fa, anche se a scendere, con 70-80 kg di zolfo sulle spalle. Una volta raggiunta la vetta, mi propone di scendere nel cratere fino alla solfatara, per costatare, da vicino, quale fortunato privilegio ha nel fare questo invidiatissimo lavoro, per 5 centesimi di euro al chilo... Mezzo km di ripidissima e pietrosa discesa, i solfatari la fanno a salire carichi come muli, negli inferi dell'aberranza umana, dove un gruppo di disperati si sta lentamente suicidando in cambio di una ciotola di riso. Lavorano senza alcun tipo di protezione/prevenzione. Per estrarre lo zolfo, a mani nude, si aiutano solo con un lungo scalpello di metallo, combattendo contro i venefici effluvi. Solo i due addetti al raffreddamento delle tubature, che lavorano a turni di dieci minuti, costantemente immersi nella nube gialla, indossano una maschera; per tutto il resto c'è Mastercard...
AGGIORNAMENTO- Ho ricevuto il primo preventivo per la spedizione della moto a Tokyo; 14,072 $... Ma me la spediscono con l'Air Force One?






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A META' DEL MONDO
BUKKITINGGI, SUMATRA, INDONESIA, 7 MAGGIO 36,056km
Dopo aver lasciato la Thailandia, con poco entusiasmo e molta voglia di tornarci, entro in Malesia. Stanco, dopo una giornata alla guida, 500 km da Phuket al confine di Gadao, mi faccio apporre il timbro di ingresso sul passaporto, e via. Lasciata la stazione doganale vengo fermato, 100 metri, ad un check point della polizia per controllo passaporto. Passo qualche giorno a Georgetown sull'isola di Penang, che conserva ancora il fascino, e a tratti l'atmosfera, della vecchia colonia inglese quale era. Da Penang a Kuala Lumpur viaggiando in autostrada, gratuita per le moto, con annesso acquazzone. Nella capitale faccio la fortuita conoscenza, grazie ad un numero di telefono recuperato a Phuket, di Rush, Sham e Ina, che sono i boss di WTR magazine. Mi accolgono in redazione, mi danno una marea di contatti e informazioni riguardo l'Indonesia e la spedizione della moto. Vengo anche invitato a partecipare, con la moto, ad un raduno-incontro di motociclisti per un'opera di beneficenza. KL, come viene chiamata dai locali è una giungla di cemento; anche la temperatura è simile alla selva tropicale e, come da tradizione, o longitudine, non manca il classico temporale pomeridiano. A KL ho il primo incontro ravvicinato con la burocrazia russa. Mi sono fatto fare da un'agenzia, a Mosca, una lettera d'invito per richiedere un business visa di tre mesi a doppio ingresso, per poter, una volta entrato nel territorio della federazione, fare la prevista deviazione in Mongolia. Ma all'ambasciata mi hanno tranquillamente rimbalzato. I fetentissimi e malfidenti russi, non si sono accontentati della lettera; per la concessione del visto hanno richiesto l'autorizzazione del ministero degli interni di Mosca e l'originale della lettera d'invito. In poche parole, per non saper ne leggere ne scrivere, ciò sta a voler dire che dovrei attendere non meno di due/tre settimane per avere una risposta, non l'autorizzazione, dal ministero. In più, per ricevere la lettera in originale dovrei sborsare circa 300 Euro, più il costo del visto. A conti fatti li ho serenamente mandati aff... Ora la situazione si complica; se non dovessi riuscire ad ottenere il visto russo a Jakarta non so più come fare per tornare indietro. Comunque, torno a Penang per organizzare la spedizione della moto in Indonesia. Tra i due paesi non ci sono servizi di Ferry per veicoli, quindi o si incassa la moto in un container con tutti gli annessi, costi, e connessi, tempi lunghi per lo sdoganamento, o si cerca un'alternativa più economica. La trovo grazie a Mr. Lim della Cakra Expedition di Penang. Una volta arrivati al porto la moto viene imbragata, e tramite una gru calata nella stiva di un barcone di legno, che in tutto farà si e no 25 metri di lunghezza. Costo dell'operazione; 80 Euro, più i 51 euro del mio biglietto aereo, grazie ad Air Asia, Penang-Medan. Volato in Indonesia Domenica 1° Maggio, il giorno seguente sono al porto di Belawan con il corrispondente locale di Mr. Lim per sdoganare il mezzo. Il tipo, tracagnotto, sa il fatto suo, intendo dire che sa come infilzare i tordi che arrivano qui in moto dalla Malesia. Mi dice, con espressione seria, che le spese per lo sdoganamento a Belawan sono ingenti a causa delle regole locali; o a causa della tua cupidigia mezzo barile di lardo che non sei altro. Il gentiluomo mi sfila di tasca 75 euro per mezz'ora di lavoro, senza che veda nessuna delle banconote passate nelle sue mani, finire in qualche cassetto degli uffici doganali. Ritirata la moto lascio anche la caotica Medan, niente di rimarchevole a parte il traffico e l'inquinamento acustico-ambientale. Faccio rotta verso l'interno di Sumatra, la maggiore delle oltre duecento isole dell'arcipelago, con destinazione Danau Toba. Il Toba è un lago di origine vulcanica formatosi all'interno di un'immensa caldera. Talmente immensa che nel lago stesso si trova l'isola di Samosir, grande quanto Singapore (140 km di periplo). Ma prima di arrivare al Toba, un piacevole incontro con la fauna locale. La classica ape, o quello che era, mi centra sull'arcata sopraccigliare destra. Principio di Shock, come in Laos, ma questa volta i farmaci che ho con me limitano i danni ad una mezz'ora “lisergica” ed assente. Dal Toba scendo verso West Sumatra, facendo rotta verso Bukkitinggi, dove sono arrivato dopo 7 ore, impiegate per percorrere 300 km. Ma prima dell'arrivo un momento celebrativo a cui tenevo molto. Dopo 10 mesi di viaggio e 36,016 km percorsi, le ruote della mia Harley hanno oggi incrociato l'Equatore, la metà del mondo. Quindi ora vi sto scrivendo a testa in giù...
ROTTA A SUD
Chumpon Thailandia, 8 Aprile 32,479km
Sistemati i capricci dell'Harley a Bangkok, distribuzione, me ne vado a visitare un paese dal passato allegro: la Cambogia. L'impatto, una volta varcata la frontiera è stato un, negativo, flashback. Ho come l'impressione di essere tornato in India per le molte similitudini con il paese delle caste. Guidare è poco salutare per la pessima abitudine dei locali a fare un po come gli pare non curandosi della presenza di altri utenti della strada. Il clacson torna ad essere strumento indispensabile per la propria sopravvivenza ed incolumità. Il senso civico dell'ordine e della pulizia lascia a desiderare, si salva il livello delle strade, sufficientemente percorribili. Una lunga e noiosa Domenica pomeriggio passata ad evitare di addormentarmi lungo i 158 km che mancano ad Angkòr, l'antica capitale del regno Khmer. Strada di un piatto mortale, umidità da record e distese infinite di risaie asciutte mi accompagnano in questo stordente trasferimento. Angkòr per tre giorni sarà il centro dei miei interessi storici e grande è il disappunto per esserci arrivato con una situazione climatica da schifo. Cielo perennemente coperto e di un bianco abbacinante, che mi impedisce di produrre materiale fotografico interessante. Per tre volte mi aggiro tra i ruderi attendendo il tramonto da godere in mezzo alle rovine, per tre giorni devo scappare anzitempo per sfuggire al cronometrico arrivo del temporale quotidiano; 30,000 km per arrivare fin qui e nemmeno una foto decente. L'ultimo giorno decido di noleggiare una mountain bike per girovagare in cerca di angoli suggestivi ma devo invece cercare, dopo pochi chilometri, un gommista per far riparare la foratura alla ruota anteriore. Riprendo la strada sotto una atroce cappa di umidità che mi consente solo di smaltire tossine sudando ininterrotamente per tutta la giornata. Lasciata Angkòr decido di posticipare l'arrivo a Phnom Penh andando a visitare il Mekong nella provincia di Kratie. Colà riesco anche, nel folle intento di risalire la sponda ovest in una zona densamente spopolata, a perdermi nella giungla, con la moto, e a girare in tondo per un paio d'ore fino a quando trovo un misericordioso villico che in cinque minuti mi riporta sulla retta via; nel punto esatto dove l'avevo lasciata. Nel mezzo, anche l'incontro ravvicinato con una pietra nascosta dalla vegetazione, contro la quale il mio piede sinistro impatta violentemente. Per alcuni secondi perdo la sensibilità dell'arto, poi ritornata sottoforma di dolore lancinante e impossibilità a deambulare. Mi fermo sul Mekong in attesa del traghetto per il ritorno e con un po di ghiaccio tento di raffreddare l'arto. Una volta rientrato in guest house di volata, in tuk tuk, da un medico per le cure del caso. Appurata l'assenza di fratture, grazie ad ecografia, il doc mi spalma un olio balsamico sul piede, lo fascia e mi prescrive degli antinfiammatori per ristabilire la situazione, consigliandomi di riposare ed evitare sforzi. Raggiunta Phnom Penh, carina, faccio visita a due fulgidi esempi della superiorità dell'essere umano sulle altre specie animali; La famigerata S-21 e i Killing Fields. Per questi luoghi non esistono aggettivi; S-21 fu la prigione dove i Khmer Rossi "rinchiusero" "interrogarono" e "liberarono", dalle sofferenze terrene, migliaia di persone colpevoli di vivere in quel paese in quel periodo; tutto qui. Poi mi si chiede perchè tengo tanto agli animali e sono diffidente verso i miei simili; la follia del potere, sotto ogni bandiera e colore, non ha niente a che spartire con il regno animale. I Killing Fields, poco a sud della capitale offrono una bucolica visione della campagna cambogiana, con un nutrito numero di fosse comuni disseminate su una vasta area, dalle quali ancora spuntano frammenti di ossa e brandelli di vestiti... Poi ci sono le vittime in differita dell'abominio autarchico cambogiano; migliaia di persone che hanno perso arti saltando sulle mine che ancora, a distanza di trent'anni, a migliaia infestano il territorio. Lasciata Phnom Penh arrivo a Sihanoukville per un paio di giorni di relax marino. Tempo anche qui di cacca e ozio forzato per consentire al piede di recuperare. Lascio la Cambogia e rientro in Thailandia, lungo una bella strada litoranea che mi porta a Trat, 400 km a sud-est di Bangkok. La moto però non va come dovrebbe; oltre i duemila giri tende a scoppiettare e a spegnersi. Raggiungo comunque Trat, cerco una camera e alla moto penserò domani; ora devo lavarmi perche puzzo come un calzino usato finito nello zola. E venne il giorno del carburatore; caricata la moto, girata la chiave, schiacciato il pulsante dell'avviamento il motore non parte. Sono le 9 e sono già sudato fradicio, ma non ho fatto un metro di strada. Riesco ad avviare il bicilindrico che inizialmente gira ad uno, poi alzando i giri sembra riprendere conoscenza, ma è un'illusione; si spegne di nuovo e dal filtro aria comincia ad uscire benzina. Va bene ho capito; voglia zero, ma devo smontare il tutto perchè gia so dove andare a mettere le mani. Una volta aperto, dopo nove mesi e 31,000 km, il carburatore presenta una variegata collezione di sedimenti e schifezze varie, dovute al micidiale cocktail di benzine scadenti passate per i suoi condotti fino ad oggi. Lavo accuratamente ogni parte, controllo la tenuta delle guarnizioni interne e con la pistola ad aria dell'officina che ho "occupato" per farmi gli affari miei, pulisco meticolosamente il tutto. Rimonto, pulisco le candele e riavvio il motore. Dopo un iniziale andamento mono, il classico potato potato del bicilindrico più anacronistico del panorama motociclistico planetario riprende a deliziare le orecchie dello scrivente: pulizia è fatta! A Bangkok per sistemare le ultime cose, spedire pacchi, riparare stivali, scrivere articoli e selezionare foto, poi il saluto definitivo alla capitale. Ora sto facendo rotta verso sud; questo week end sarò a Phuket per la Bike Week e la prossima settimana scivolerò lentamente verso la Malesia. Sandokan aspettami, sta arrivando il pirla di Labuan!
DI NUOVO IN MARCIA
Siam Reap Cambogia, 22 Marzo 30,348 km
Ritiro il visto Thai in ambasciata a Vientiane e, sotto la pioggia raggiungo il confine. Disbrigo delle pratiche e sono di nuovo nella terra del sorriso. Una settimana non è un lasso di tempo sufficiente per farsi l'idea di un Paese, potrebbero non bastare mesi, ma perlomeno ho avuto la possibilità di entrare in contatto, anche se brevemente, con il popolo laotiano. Il paese vive, o sopravvive, con l'agricoltura di sussistenza. Chi ne ha la possibilità coltiva un lembo di terreno, al nord duramente conteso ai rilievi, per sfamare il proprio nucleo familiare e cercare la via di un minimo commercio per procurarsi i beni di prima necessità. Chi ha un lavoro, per quanto malpagato, se lo tiene ben stretto e chi specula, facendo affari grazie a conoscenze e connivenze, gira in Mercedes CLS o Range Rover et similia. Nei villaggi, e non solo, le case sono prevalentemente di legno, vista l'abbondanza della materia prima, composte perlopiù da un unico ambiente con tetto di paglia e toilette modello nature. La gente appare meno “solare” rispetto ai vicini siamesi, perennemente impegnata a sbarcare il lunario e con ben poche prospettive di miglioramento; ma va avanti lo stesso. Va avanti nonostante un governo, di stampo socialista, con pochi mezzi e tanta voglia di tenere tutti sotto controllo. Anche a Vientiane, la capitale, alle 11 di sera girano solo i cani e la polizia. Torniamo a cose ben più frivole; alla stazione di Nong khai carico la moto sul treno, a gasolio, e prenoto una cuccetta. Viaggiando di notte arrivo a Bangkok il mattino seguente e mi fiondo dal meccanico che avevo già contattato. In un paio di giorni sistemano il problema e sono di nuovo in grado di riprendere la strada. Ancora un giorno di relax nella capitale e la Domenica mi metto in strada. 400 noiosissimi chilometri con in mezzo una dogana per arrivare qui a Siam Reap, meglio conosciuta come Angkor l'antica capitale del regno Khmer. Su un'area di circa 40 kmq si estendono i resti di una città-stato che nel 12° secolo contava qualcosa come un milione di abitanti. La città, caduta misteriosamente nell'oblio intorno al 15° secolo e nascosta al resto del mondo da una fitta giungla, torna casualmente alla luce grazie ad un esploratore francese a metà dell'ottocento. Strappata, con non poca fatica, al soffocante abbraccio di madre natura, oggi attira moltitudini di visitatori da tutto il mondo. Questo luogo è un paradiso per chi si interessa di ruderi e rovine. Ci si può perdere per giorni, girovagando tra decine di siti, alla scoperta di una delle meraviglie che l'uomo, per quanto spesso portato a distruggere, ha saputo costruire. Domani ultima giornata da Indiana Jones e Giovedì si arriva a Phnom Penh. Li ci sarà l'incontro con la parte meno nobile ed ammirata della storia di questo paese; a qualcuno dice qualcosa il nome di Pol Pot?
OLTRE IL MEKONG
Luang Prabang Laos, 12 Marzo 29,848 km
Chiang mai è decisamente più umana di Bangkok; con la sua limitata estensione e la sua atmosfera rilassata e gioviale è punto di incontro per molti backpackers. Frank è un overlander tedesco in viaggio dall'Australia, dove risiedeva, verso l'Europa con la sua Tenerè 660. Lo incontro dopo averlo contattato su Horizons Unlimited, per fare un po di strada insieme, visto che le nostre rotte disegnano entrambe lo stesso percorso. A Chiang Rai si unisce a noi anche Miguel partito ad ottobre dalla Spagna a bordo di un TDM del'91, acquistato per 500 euro con l'intento di mollarlo da qualche parte in Asia e fare ritorno a casa in aereo. Spendiamo un paio di giorni a girovagare nella zona, prima raggiungendo il villaggio di Mae Salong, fondato dai fuggitivi Cinesi del Kuomintang dopo la rivoluzione del '49 e in seguito Chiang Saen il centro del Triangolo d'oro, dove il Mekong unisce i confini di Thaliandia, Myanmar e Laos. Lasciamo definitivamente Chiang Rai percorrendo i circa 100 km che ci separano da Chiang Khong, posto di frontiera dove abbiamo deciso di entrare in Laos. La trafila burocratica in uscita non è un problema; ma lo è, almeno per me, il dover sborsare 12,50 euro per attraversare in 5 minuti di orologio le basse acque del Mekong su una scalcinata chiatta che viaggia a filo d'acqua. La frontiera laotiana è altrettanto celere, compatibilmente con i ritmi di queste parti, ma un piccolo intoppo rischia di rovinare tutto. Avendo il visto thai sul vecchio passaporto, il timbro di uscita mi è stato apposto sul medesimo. Ma essendo stato questo annullatomi dall'Ambasciata dell allegro regno di Bunga Bunga in quel di Bangkok, i Laotiani, giustamente, non lo accettano. Quindi mi intimano di tornare indietro, attraversando una seconda volta il Mekong, per farmi apporre il timbro di uscita sul nuovo passaporto. E allora torna giù al fiume, prendi la barchetta veloce, paga 40 bath, 1 euro, sbarca di nuovo in Thai, torna agli uffici della dogana, spiega al tenente di turno il perchè gli sto ancora tra i maroni, fai timbrare il nuovo passaporto corredato da numero del visto e dalla data di ingresso in Thailandia, ringrazia devotamente, alla fantozzi, l'ufficiale comprensivo, torna al fiume, ripaga 40 bath, riattraversalo, sbarca, ripresentati alla dogana laotiana, esibisci sto cazzo di passaporto con il timbro di uscita, paga i 35 $ del visto e levati finalmente dai coglioni; aaaahh che tedio! Passiamo la prima notte in Laos in una guest house, e ripartiamo il mattino seguente, destinazione Luang Prabang. Ci sono 478 km da qui all'antica capitale che decidiamo di splittare in due giorni di viaggio. Facciamo tappa per la notte, anche se arriviamo in pieno pomeriggio dopo circa 200 km, a Luang Namtha, capoluogo dell'omonima regione. Capoluogo; uno stradone che taglia in due un sottile agglomerato di edifici, infestato da biciclette e motorini. Questo è! Arriviamo finalmente a Luang Prabang, scoprendo una cittadina molto carina e accogliente con le sue case coloniali francesi ed i templi buddhisti, che creano un mix davvero riuscito, tanto da meritarsi l'egida dell'Unesco. Ora sono qui alle prese con la moto che ha ripreso a fare i capricci; non so cosa sia, ma non dev'essere di poco conto. Lunedi arriverò a Vientiane, richiederò un'altro visto Thai e punterò verso Bangkok; vedremo cos'altro salterà fuori dalla scatola magica made in Milwaukee...
VERSO NORD
CHIANG MAI, 22 FEBBRAIO 27.613 KM
Visito, senza troppo entusiasmo, i siti di Lopburi e Ayuthaya. L'entusiasmo viene meno per lo stato di conservazione di quello che rimane delle antiche vestigia. Frammenti di edifici, spesso solo fondamenta, e chedi (pagode) anneriti dalla muffa o sgretolati dalle intemperie danno solo un'idea di come dovevano essere questi luoghi nel pieno del loro splendore: il resto lo deve fare l'immaginazione. Da Ayuthaya torno a Bangkok per necessità; devo procurarmi un nuovo passaporto ed attendere dei ricambi in arrivo da Milano grazie ai miei angeli custodi di Crazy Choppers. Lasciata la capitale raggiungo Pattaya per partecipare alla Burapa Bike Week, che in realtà si svolge nell'arco di due giorni. Grande afflusso, tante moto, tanti Faràng (stranieri), tanti club MC e tanto divertimento. Pochi poseurs, molta spontaneità. Lasciate le spiagge, dirigo verso l'entroterra alla volta di Sukhothai, altra tappa importante per chi si interessa di macerie e simili. Per evitare di ripassare dalla caotica Bangkok attraverso, facendo un giro più largo, il Parco Nazionale di Khao Yai. La strada e i panorami sono stupendi, anche se nella stagione secca manca il verde lussureggiante della vegetazione, che renderebbe il tutto ancora più suggestivo. A Sukhothai mi fermo tre notti, per visitare il sito, patrimonio dell'Unesco, e per puro ozio. Da qui comincio a salire verso Nord, avvicinandomi pian piano al confine laotiano. Passo una notte a Nan, prima di rimettermi in strada per affrontare i 350 km circa di itinerario che mi sono inventato per arrivare a Chiang Mai. Decido di seguire strade secondarie e poco battute, per godere appieno dei panorami e della guida. Le strade sono in ottime condizioni, un vero paradiso per i motociclisti; continui saliscendi, a volte ripidi, a volte così morbidamente adagiati sulle colline che sembrano quasi pennellati, mi portano, con un filo di gas e senza fretta, a destinazione. Sono arrivato qui Domenica, ho conosciuto Juan, il fratello di Pablo l'amico spagnolo che venne a trovarmi a Goa, e sono stato suo ospite. Ieri ho fatto visita alla redazione e ai ragazzi di Real Biker, una delle due maggiori riviste del settore moto in Thailandia. Nei prossimi giorni visiterò alcune realtà locali che operano nell'ambiente Harley, scriverò un articolo sul mio viaggio per la rivista e ci accorderemo per il viaggio a Phuket alla Bike Week di Aprile; dopo che avrò visitato Laos e Cambogia. E poi non dite che sono in giro a fare un casco...
IL PONTE SULLA STORIA
Lopburi, 2 Febbraio 25.103 km
Lascio Bangkok e dirigo verso Kanchanaburi ed il fiume Kwai; sì proprio quello del film. Uscire dalla capitale è abbastanza semplice ma noiosamente lungo. Un interminabile arteria a sei corsie, con sopraelevata centrale rigorosamente vietata alle moto, si trasforma in superstrada fino a destinazione. 120 km di piatta monotonia, di risaie, di agglomerati. Kanchanaburi è un centro che richiama turisti per il famoso ponte. Il manufatto, fatto costruire dai giapponesi nel 1943, durante il secondo conflitto mondiale, doveva servire a supportare le forze del sol levante impegnate nella conquista di territori asiatici verso Ovest. L'opera originaria, interamente in legno, fu bombardata più volte, mentre quella odierna, con arcate in metallo, fu completata nel 1945. Si calcola che circa 16.000 prigionieri, tra Olandesi, Francesi, Inglesi ed Australiani pagarono con la vita il folle progetto nipponico. Folle perché a fronte dei cinque anni previsti per la costruzione dei 415 km di linea, che dovevano collegare la Thailandia alla Birmania, gli ingegneri dell'esercito di Hiroito ne impiegarono solo uno e mezzo. Ai soldati periti vanno aggiunti, secondo stime ufficiose, almeno 80.000 tra Tailandesi, Birmani, Malesi ed Indonesiani. Agli alleati parve “naturale” ribattezzare quest'opera The Death Railway; La ferrovia della morte. Ritorno a guidare sulla statale 323 che per 230 km risale verso Nord Ovest, tra curve, ripidi saliscendi e traffico praticamente nullo; una vera pacchia. Arrivo al passo delle tre Pagode che segna il confine con Myanmar. E' un territorio di frontiera, battuto fino ad un recente passato dai contrabbandieri, senza fronzoli. Un villaggio dove predominano le etnie Karen e Mon, ma che ospita anche un congruo numero di rifugiati Birmani. Semplici case in legno, baracche e, sul confine, negozietti di souvenir per i pochi turisti, thai, che decidono di spingersi fin quassù. Myanmar è lì, a due metri da me; potrei allungare la mano o meglio un piede per entrare, ma le, apparentemente, distratte guardie armate dall'altra parte non credo che me lo permetterebbero. Posso solo fare da spettatore ed osservare; osservare il via vai di persone impegnate ad attraversare il confine, a piedi, come se stessero camminando normalmente per una strada qualsiasi di un villaggio qualsiasi. Nessuno in divisa esce dagli uffici, con aria condizionata, per controllare, e nessun civile si prende la briga di entrarci per dichiarare le proprie generalità. Solo chi transita con un mezzo deve sottostare a qualcosa che lontanamente ha a che fare con la burocrazia. Scattate le foto di rito, giro la moto e riprendo, a scendere, la statale 323 fino a Thong Pha Phum, dove mi attende un comodo letto con assi di legno in un bungalow. Siccome detesto fare la stessa strada due volte, decido di prenderne una secondaria, ovviamente non segnata sule carte, per tornare a Kanchanaburi. Dopo i primi km l'asfalto finisce e mi ritrovo, ben mi sta, a mangiare polvere e a rivivere i “bei tempi” del Tajikistan, del Pakistan o del Ladakh, quando sotto le ruote scorrevano, si fa per dire, pietre, terra, sabbia e canaloni di fango essiccato. La differenza la fanno la temperatura, da sauna, e il contesto paesaggistico altrettanto suggestivo ma tendente alla macchia tropicale. Alberi ad alto fusto, banani e palme che, nonostante la loro ombra protettiva, non riescono a mitigare la calura. Impegnativa, decisamente impegnativa la strada che si arrampica come una mulattiera sui rilievi di quest'area, con segnalazioni solo in thai, ben mi sta, e quasi nessuno a cui chiedere lumi. Infatti mi perdo; imbocco un incrocio nella direzione sbagliata, supero un agglomerato di case/palafitta sparse nella macchia e proseguo convinto di essere nella giusta direzione. Solo dopo una decina di km, dove non incrocio nulla, mi pianto ad un bivio, con la netta sensazione che qualcosa non quadra. Sto andando verso nord quando dovrei scendere in direzione opposta. Arriva un'auto, la fermo e tento, a gesti, di spiegare dove voglio andare. La direzione che ho preso, a destra, porta nel nulla, quella a sinistra a Thong Pha Phum, cioè da dove sono partito. Ma io devo andare a Erawan! La ragazza sul retro del pick-up sorridendo mi dice che devo tornare indietro, superare il villaggio e tenere la sinistra; sono solo 70 km! E così faccio; guido a ritroso fino al villaggio, lo supero e al bivio maledetto proseguo a manca. La pista si restringe, il fondo si fa più accidentato e le pazienza entra in riserva, ma vado avanti. Come una lumaca, ma vado avanti e, piano piano arrivo finalmente, ore 16.50 alle Erawan waterfall. Ingresso 5,50 euro, chiusura ore 17.00; ma vaff... Tanto questa non è stagione per le cascate. Ho già preso una cantonata a quelle di Say Yok, dove per la stessa cifra ho potuto ammirare due pullman pieni di russi oversize in canotta ed infradito ed un rubinetto che perde; vediamo il bicchiere mezzo pieno, 5 eurii risparmiati. Raggiungo Kanchanaburi al tramonto, riprendo possesso della camera nella Guest House, mi levo di dosso lo strato di polvere rossa accumulata durante questa giornata di off-road imprevisto e vado a cercarmi un ristorante per la cena. Domani di nuovo in strada verso Lopburi; si ricomincia con la visita ai ruderi...
UN'ALTRO PIANETA
Bangkok Thailandia, 18 Gennaio 24.011 km
E' questa la sensazione, immediata, che ho avuto non appena messo piede all'interno dell'aereoporto Suvarnabhumi, arrivando dalla squinternata galassia indiana. E una volta in strada è stato lo stesso; traffico sì, anche intenso, ma ognuno al proprio posto, con rare sbavature. File di veicoli che attendono pazienti, agli interminabili rossi dei semafori, l'arrivo del verde. Rumore, parecchio, ma con una massa tale di mezzi circolanti è inevitabile, così come è inevitabile impiegare più del dovuto per spostarsi da una parte all'altra della città. Sono tutti in movimento, ognuno ha una meta da raggiungere, un appuntamento a cui presenziare, un impegno da rispettare, qualcosa da fare insomma; ma quasi nessuno usa il claxon o peggio, la strada come proprietà privata... L'India e un ricordo ora. Ho passato quasi quattro mesi in un paese che ha avuto il potere di cambiare, spesso repentinamente, i miei stati d'animo; così come un camaleonte cambia in un attimo il colore del manto. Rabbia, gioia, disperazione, serenità, sconforto; tutto si alternava a velocità inaudita nel corso della stessa giornata. Tutto penetrava attraverso la mia pelle mescolandomi le viscere, e ne usciva portandosi dietro brandelli del mio equilibrio psichico; 11.000 km di TSO! Anche gli ultimi giorni a Calcutta, spesi per organizzare la spedizione della moto, non sono stati da meno. Ho cercato e consultato una decina di spedizionieri per ottenere un prezzo umano; ma ho sempre trovato avvoltoi pronti a lanciarsi su un animale agonizzante che attende solo il colpo di grazia. Gli indiani, come molti esseri umani, sanno essere umili e gentili, collaborativi e generosi; ma quando ci sono di mezzo i soldi diventano degli spietati terminator. Mi sono sentito chiedere 250 euro solo per le pratiche doganali in aereoporto, motivati dal fatto che bisognava ungere diversi funzionari affinchè quella che dovrebbe essere normale amministrazione venga tramutata in eccezionale cortesia. Per non parlare della questione imballaggio; "La moto deve essere contenuta in una cassa di legno il quale deve essere sottoposto a fumigazione per le norme di igiene e sicurezza vigenti." Igiene e sicurezza; in India? Sta di fatto che un'imballatore mi ha chiesto 180 euro per costruirne una. Un'altro, molto più ardito e intraprendente, dopo aver visionato il mezzo e visto la mia faccia da fesso, mi ha informato che per meno di 900 euro (novecentodiconovecento fottutissimi euro) non avrebbe mosso un dito. Non mi sono perso d'animo; ho continuato a rimbalzare da un'ufficio all'altro fino a quando ho trovato qualcuno che, mosso da pietà e stanco di avermi tra i maroni un giorno sì e l'altro pure, ha sparato ad altezza d'uomo un bel 700 euro, tutto compreso. Per meno solo due dita negli occhi. Una volta arrivato a Bangkok non mi restava che tornare all'aereoporto per sdoganare la cassa (530 kg), rimontare ruota, parafango, parabrezza, manubrio, riconnettere la batteria e, con le ruote sgonfie, uscire dalla dogana, dopo due ore e mezza di burocrazia, alla ricerca di un benzinaio; costo totale dell'operazione, 75 euro. La moto necessitava delle cure di un meccanico per risolvere il problema al cambio che aveva bruscamente interrotto la mia marcia verso il Nepal. Portata alla locale officina Harley il martedi mi è sta riconsegnata la sera seguente, dopo una scrupolosa e meritata revisione. A parte olii, filtri e paraolii vari, guarnizioni, dischi frizione, cuscinetti ruota, cavalletti senza molla, cavi da saldare, viti mancanti e chi più ne ha più ne metta (e paghi), il problema principale era sostituire la molla da 3 euro del selettore del cambio spezzata in due, per un totale di euro 650. Ora la moto è parcheggiata sotto casa di Libby, una ragazza inglese che, dopo aver trascorso 12 anni in Italia, si è trasferita in Thailandia. Mi aveva contattato tempo fa, grazie ad amici in comune, e sapendo del mio viaggio si era offerta di ospitarmi. Adesso non mi resta che provvedere alla sostituzione degli pneumatici, dei dischi freno anteriori usurati e delle pastiglie, prima di riprendere la rotta, con calma, verso la Cambogia; alla scoperta di un'altro pianeta...
GIRO DI BOA
Calcutta West Bengal, 6 Gennaio 23.914km
Sono dove non avrei dovuto/voluto essere, ma comunque sono. E' stato il cambio della moto, che ha cominciato a fare i capricci sulla strada per Darjeliing, che mi ha portato qui, nella città della gioia. Caricata la moto sul treno a Bankura, sono arrivato a Calcutta una settimana fa. Grazie all'interessamento di Arijit, membro degli Eastern Bulls, sodalizio di biker locali, ho trovato un albergo e ho cominciato a girare per aeroporti e agenzie, organizzando la spedizione della moto a Bangkok. Il problema al cambio è abbastanza serio; le marce faticano ad entrare e non sempre si innestano. Stante questa situazione ho dovuto rinunciare al Nepal, da dove avevo pianificato la spedizione per i costi più contenuti dell'operazione, e dirottare verso la capitale del Bengala occidentale, la città della gioia appunto. Probabilmente, anzi sicuramente, in India hanno una concezione di questo stato d'animo/sentimento molto diversa dal nostro. La gioia per loro, come nel resto del paese, è vagare come automi senza criterio per le strade, vagare, senza la minima conoscenza, ne il minimo sentore di coscienza, riguardo ai rischi ed ai pericoli che lo stare in strada comporta. La gioia per loro è suonare il clacson all'infinito, per riflesso condizionato, come scimmie impazzite. lo fanno anche se la strada è perfettamente sgombra, perché questa è l'unica regola che hanno assimilato; il resto non conta. Non conta partire da fermi tagliando la strada agli altri veicoli per svoltare a destra, qui si guida a sinistra, senza segnalare minimamente la cosa. Non conta percorrere una strada contromano, anche per chilometri, perché così mi viene più facile. Non conta superare, spesso in curva, mentre dall'altra parte arriva qualcuno che forse si sposterà lasciandoti il passo. Non conta la precedenza agli incroci o la luce dei semafori, non conta se sei un pedone; spostati e avrai salva la vita. Non conta avere le luci posteriori funzionanti, non conta, di notte, usare gli abbaglianti accecando il povero pirla in moto che viaggia in senso contrario, non conta usare gli specchi retrovisori, regolarmente chiusi o, nella maggior parte dei casi, mancanti. Non conta immettersi in una arteria principale prendendosi la briga di accertarsi che non arrivi qualcuno a cui si dovrebbe dare la precedenza, non conta, quando si svolta, farlo con una manovra a 90°; è più eccitante imboccare la strada con una traiettoria più morbida, invadendo allegramente l'altra corsia ed entrando, regolarmente, nella via prescelta contromano. Non conta muoversi, come un bradipo, con un camion, con un bus, con un trattore, o con un carro trainato da buoi sulla corsia di sorpasso di una superstrada. Non conta mettere, incoscientemente e con atroce leggerezza, la propria vita e quella degli altri in pericolo; quello che conta è avere un buon clacson. Sono passati sei mesi da quando ho lasciato l'Italia per imbarcarmi in questa avventura. Sei mesi durante i quali ho attraversato undici paesi e le tre più alte catene montuose del pianeta. Sei mesi durante i quali ho affrontato elefantiache burocrazie e personaggi senza scrupoli, ho superato ostacoli apparentemente insormontabili, respirato polvere, mangiato sabbia, fatto bagni di fango, saune di sudore, patito il freddo acuto e il mal di montagna, combattuto contro l'incapacità di alcuni popoli al volante, visto la miseria più nera e disperata e la più fredda e insensibile indifferenza. Ma ho anche goduto delle meraviglie incontrate lungo la Via della Seta, degli annichilenti paesaggi del Pamir, del Karakoram, dell'Himalaya, o dei mistici silenzi dei monasteri buddisti in Ladakh. Ho dato tanto, ma allo stesso tempo ho ricevuto. Questo è il motivo per cui viaggio in moto, questa è la risposta a chi mi chiede il perché di questa mia insana inclinazione; perché non mi limito a vedere, assorbo la vita che mi circonda entrandoci dentro, spesso sbattendoci la faccia contro e facendomi, talvolta, male. Questo è il mio modo di conoscere il mondo, toccandolo direttamente con mano; anche quando altri, spaventati o noncuranti, voltano la faccia da un'altra parte. Ora non mi resta che attendere Sabato per volare a Bangkok. La sosta nella capitale tailandese mi servirà per portare la moto alla locale officina Harley, aprire il cambio, verificare il problema e intervenire. Oltre a ciò, avrà bisogno di manutenzione; per cui cambio olio, filtri, gomme, pastiglie/freni ed un accurato controllo generale. Dopo tutto quello che ha passato per portarmi fino a questo punto se lo merita...
NUMERI
Paesi attraversati:
Grecia
Turchia
Georgia
Azerbaijan
Turkmenistan
Uzbekistan
Tajikistan
Kyrgyzstan
Cina
Pakistan
India
Consumi:
benzina
1.400 lt. Circa
olio
2,5 lt. Circa
olio motore sostituito a 12.500 km
olio primaria e trasmissione a 16.000
Problemi:
Turkmenistan-Rottura relè termico.
Tajikistan-Rottura tubo freno posteriore.
Kyrgyzstan-Rottura, a seguito incidente, di para motore, asta rinvio freno posteriore, paramani, coperchio distribuzione e supporto anteriore motore.
Cina-Rottura lente faro e lampadina posteriore.
India-Rottura di balle per l'inabilità degli indiani alla guida.
Passi valicati:
Anzob, 3373 mt. Tajikistan asfalto
Khaburabot, 3252 mt. Tajikistan sterrato/pietra
Koi-Tezek, 4271 mt. Tajikistan asfalto
Bulunkul 4168 mt. Tajikistan sterrato
Nayzatash, 4314 mt. Tajikistan sterrato
Akbaital 4655 mt. Tajikistan sterrato
Uybulok 4232 mt. Tajikistan sterrato/pietra
Kyzyl-Art 4280 mt. Tajikistan/Kyrgyzstan sterrato/pietra
Taldyk 3615 mt. Kyrgyzstan sterrato
Chyrchyk 2408 mt. Kyrgyzstan asfalto
Ala-Bel 3184 mt. Kyrgyzstan asfalto
Karakol 3646 mt. Kyrgyzstan asfalto
Talang 3860 mt. Kyrgyzstan sterrato/pietra
Torugart 3752 mt. Kyrgyzstan/Cina sterrato/pietra
Ulugrabat 4098 mt. Cina asfalto
Khunjerab 4700 mt. Cina/Pakistan asfalto/sterrato
Babusar 4145 mt. Pakistan sterrato/fango
Rotang la 3985 mt. India fango
Baralacha la 4991 mt. India sterrato
Neeka la 4835 mt. India asfalto/sterrato
Lachlung la 5021 mt. India sterrato
Taglang la 5326 mt. India pietra/fango
Khardung la 5602 mt. India sterrato/pietra
Chang la 5306 mt. India sterrato/pietra
Namika la 4149 mt. India sterrato
Fotu la 3922 mt. India sterrato
Zoji la 3515 mt. India sterrato
ON THE ROAD AGAIN
Kochi, Kerala.18 Dicembre, 20.796 km
Tutto è bene quel che finisce bene, soprattutto se l'attesa, inizialmente mal digerita, si tramuta in piacevole sosta. Nelle tre settimane di permanenza ad Anjuna (Goa) ho modo di trasformare un limbo meccanico in una vacanzella rigenerante, nel corpo e nello spirito (inteso come birra strong e cocktail a 1 euro). Nel mentre che Sagàr, il meccanico 36enne con la faccia da bambino, si adopera, tra una moto e l'altra, per venire a capo del problema facendo congetture e tentativi, io mi consumo, nei momenti in cui non gli sto col fiato sul collo, tra salubri camminate sul bagnasciuga, raduni di Enfield e party sulla spiaggia. Poi, inaspettato, l'arrivo di Pablo. Pablo Alvarez da Salamanca lo conobbi, o sarebbe meglio dire mi salvò, tre anni fa a Tehran, quando sporco, brutto come sempre, e anche un pò cattivo, vagavo nella notte della capitale iraniana alla ricerca di un letto. Avevo già questuato un materasso in diversi alberghi, ma la risposta era sempre troppo esosa o senza disponibilità. Ero appena stato rimbalzato dal Naderi Hotel e, tornato in strada mi accingevo a risalire in moto per finire chissà dove, quando comparve lui a cavallo della sua BMW. Aveva un anno sabbatico da spendere lontano dal lavoro per viaggiare fino in Tailandia. Arrivato il giorno prima si era accaparrato l'ultima camera, con due letti, disponibile. Mi chiese chi fossi, da dove venivo e dove andavo. Gli spiegai il tutto e mi offrì di condividere la sua stanza; fine del problema. Al ritorno dalla Tailandia, l'anno seguente, ricambiai volentieri il favore ospitandolo per qualche giorno a Milano. Avevamo appuntamento per fine novembre a Mumbay, dove sarebbe arrivato al termine del tour da lui organizzato in Rajastan con le Enfield. Ma il mio problema ha, di fatto, mandato all'aria l'incontro da tempo programmato. Invece, l'uomo delle sorprese decide altrimenti; dirotta il suo volo da Mumbay a Goa per venirmi a trovare, prima di tornare nella fredda Parigi. E' stato a Goa prima e ben più a lungo di me, conosce quindi usi e costumi della zona. Mi porta, una sera, a Chapora, luogo di ritrovo per turisti, più o meno, occidentali. Lo ribattezziamo Lo Zoo, per la varietà e la natura dei personaggi che lo popolano; residuati Hippy degli anni '60 e '70, Punkabbestia, rave addicts e altre specie in numero minore abitano la notte di questa stretta stradina puntellata di bar, ristorantini, kebab e quant'altro aduso a fare commercio. Conosco anche Claudio e Fiorella, coppia di Roma che, bontà loro, ha deciso di spostare il proprio centro di gravità permanente dalla città eterna a Chapora. Gestiscono un Book Shop e la nostalgia della capitale non sembra un problema loro; Claudio mi confessa che, in fondo, per trovare traffico caotico e confusione generale basta andare a Mumbay... I giorni passano, il problema alla moto no. Sagàr decide di portare l'Harleya a Mapusa, grosso centro a 6 km da Anjuna, dove un suo conoscente, luminare meccanico, potrebbe esserci di aiuto. Il trasferimento avviene in stile fantozziano; io davanti con il bicilindrico ammutolito e lui dietro, a spingermi con il piede destro mentre guida la sua piccola ed esausta Yamaha TZ 125 tra le strette e tortuose stradine perse nella macchia tropicale. E finalmente arriva il giorno del giudizio; si scopre l'intoppo che ha addormentato il cuore della mia moto. Il cavo del sensore albero motore si è tranciato, nella guaina che lo nasconde alla vista e alle intemperie, impedendo alla corrente di arrivare alle candele. Sostituito con un elemento made in India, il motore torna finalmente a fare il suo dovere e a scaldarmi le parti basse. Verificata la bontà della riparazione, attendo che da Mumbay arrivi una nuova batteria per sostituire quella che, grazie ad una maldestra carica veloce si è bruciata nei vani tentativi di rianimare il mezzo. Poi, finalmente, anche se un po a malincuore, la partenza. Caricate le mie masserizie, lascio Goa definitivamente in direzione di Hampi, antico regno Hindù, 300 km all'interno nello stato del Karnataka. Rovine disseminate su un'area di 30 kmq in una zona paesaggisticamente dominata da enormi massi levigati dall'acqua e dal tempo; quasi più interessanti questi ultimi che i manufatti di granito e i templi votivi. Da Hampi a Bangalore attraverso quello che sembra un percorso di guerra anziché una strada; buche, o crateri, o voragini, dossi artificiali, colonne interminabili di camion assassini, bipedi e quadrupedi allo stato brado e un paesaggio piatto e monotono come la Pianura Padana. Bangalore non vale la visita; o almeno la vale alla concessionaria Harley, appena aperta e in via di completamento, per spurgare la pompa freno posteriore che ha smesso, da giorni ormai, di fare il proprio lavoro. Il responso però è che il suddetto apparato avrebbe bisogno di andare in pensione, dopo solo 20.000 km di onorato e terrificante servizio. Purtroppo loro non hanno la parte incriminata come ricambio; dovrò proseguire con cautela e, quando arriverò a Bangkok, oltre a sostituire gli pneumatici, le pastiglie freno e il filtro dell'olio, dovrò provvedere anche a questo; speriamo che i miei santi protettori a Corsico ascoltino le mie preghiere... Lasciata Bangalore continuo la mia discesa verso sud. Mysore, dove visito il palazzo del locale Maraja e la cattedrale gotica di Santa Filomena e Ooti, arrampicandomi sui 36 stretti tornanti della panoramica strada che porta ai 2500 mt. della località montana, circondata da piantagioni di te. Scendendo dall'altro versante incrocio Coimbatore, sosto per la notte a Palakkad e ritrovo il mare a Kochi, vecchia puttana coloniale usata ed abusata da Olandesi, Portoghesi e Francesi. Qui ritrovo l'atmosfera tranquilla e rilassata di Goa, lontana dall'inquinamento atmosferico e sonoro delle classiche città indiane, oltre che una nutrita colonia di cristiani “abbronzati” come qualcuno li definirebbe. Domani di nuovo in sella, scavalcando le montagne di Munnar sulla rotta che porta ad Est verso Madurai e, ancora più in là per ritrovare il mare a Chennai sul Golfo del Bengala. Probabilmente arriverò in zona intorno al 31 Dicembre. Qualcuno mi ha scritto, chiedendomi dove e come intendo passare la notte di San Silvestro; ho risposto che questo è un problema che non mi riguarda. Sono in viaggio da quasi sei mesi; festeggio ogni giorno...
BUON 2011 A TUTTI!
STOP!
Anjuna (Goa), 18 Novembre 18.903 km
Probabilmente dovevo aspettarmelo; dopo tutti questi km, percorsi spesso su strade dalle condizioni ben poco ortodosse, la moto decide di prendersi una pausa. Succede esattamente una settimana fa, sulla strada che dallo stato del Maharastra porta a Goa. Una striscia di asfalto, più o meno, che attraversa una fitta macchia tropicale, scendendo in verticale all'interno della costa verso il Kerala e la punta meridionale del paese. Sto viaggiando normalmente, quando all'ennesimo salto su un tratto accidentato la moto, dopo aver sbuffato dal carburatore, si spegne in corsa. Accosto e provo a farla ripartire ma nulla. “Ok ci siamo” mi dico, questo è il giorno che nessuno di noi vorrebbe mai vivere con la propria due ruote. A caldo, molto caldo e umido, comincio a riflettere su cosa possa aver causato questa panne. Sembra un problema elettrico, vediamo cosa poter fare. La prima cosa che controllo è la corrente alle candele; niente. Bene cominciamo a cambiare la bobina. Niente; passiamo allora alle candele; niente. Saranno mica i cavi? Cambiati, ma niente. Nel frattempo si ferma una motoretta con a bordo solo due persone. Uno di loro mi chiede cosa è successo e se ho bisogno di aiuto. Spiego l'accaduto e per tutta risposta ricevo un invito a portare la moto, a spinta, a casa di costui, un paio di centinaia di metri più avanti, all'interno della macchia tra palme e alberi di mango vari. Arriviamo a destinazione, scarico la moto e vado avanti con le mie elucubrazioni pseudo tecniche; Io sto all'impianto elettrico come Obama al KKK. Continuo con la mia teoria dell'esclusione, sostituendo, nell'ordine, il relè dell'accensione, la centralina e il regolatore di tensione; ma niente. Comincio a preoccuparmi... Nel controllare cavi e componenti dell'impianto mi accorgo che il relè termico è fuori posto; lo rimetto in sede, incrocio le dita e provo a far girare il motore. Parte! Io e Udaikumar, la persona che mi ha offerto aiuto, sorridiamo soddisfatti. Mi rivesto, sudando, saluto e ringrazio il villico per il tempo che mi ha dedicato; sono di nuovo in strada. Questo e quello che penso prima che il motore si spenga da sé. Riprovo, ma la batteria mi fa capire, con un sinistro traaa-traa-traa di non averne più. Ok, la cosa è seria allora; stanotte dormirò qui. Udai si è già offerto di ospitarmi e di portare la batteria in ricarica al villaggio; riproveremo domani. Ma anche con la batteria carica le cose non cambiano; dopo pochi tentativi, infruttuosi, l'accumulatore finisce di nuovo al tappeto. Udai propone di smontare la batteria dalla sua auto e di collegarla alla mia; così facendo si dovrebbe avere potenza necessaria per fare girare il motorino di avviamento. Nel frattempo avviso i ragazzi di Crazy Choppers a Milano, mettendoli al corrente dell'accaduto e chiedendo lumi su una possibile causa del guasto. Faccio lo stesso con Nishan, responsabile tecnico dell'officina Harley a Mumbay che contatto telefonicamente. Secondo la teoria di John Mc Innerley, responsabile tecnico di H-D India la causa dovrebbe essere un'anomalia nell'impianto di alimentazione. Ok dopo un altro giorno di tentativi vari ed un altra carica alla mia batteria e, visto che non ho impegni urgenti, decido di andare a vedere anche sotto il serbatoio e dentro al carburatore. Il caldo è insopportabile, l'umidità pure peggio, ma in questa situazione, seppur influenti sul mio fisico passano in secondo piano. Riprendo in mano i ferri e rimuovo il serbatoio dopo averlo svuotato. Controllo il tubo del depressore, magari una crepa un otturazione, niente. Cambio anche il sensore dell'aria sul collettore e la guarnizione tra quest'ultimo e il carburatore, intanto che la batteria finisce di caricarsi. Già che ci sono, apro il carter della primaria per verificare che il motorino di avviamento ingrani sulla ruota dentata della frizione; funziona. Bene, rimontiamo il tutto, colleghiamo la batteria e incrociamo le dita. La moto parte al primo colpo! Dovrebbe essere la volta buona questa. Lasciamo girare il motore per verificare che tutto sia a posto, fino a quando non decido di tirare su la moto dal cavalletto; e si spegne! Riprovo un' altro paio di volte a farla ripartire ma la batteria è di nuovo a terra; e io pure... Io e Udai conveniamo che sia il caso di trovare qualcuno che possa fare qualcosa per rimettere le cose a posto, ma qui, tra palme e manghi vari, non c'è nessuno. Nel frattempo mi chiama Riccardo di Crazy Choppers da Milano, girandomi il telefono di un suo conoscente a Goa che può mettermi in contatto con qualche meccanico esperto di Enfield; almeno qualcosa in più di me certamente saprà. Udai si attiva per cercare un mezzo su cui caricare la moto e percorrere i 90 km che separano casa sua da quella di Ashok ad Anjuna, la persona amica di Riccardo, con cui mi sono messo in contatto. Caricata la moto, non senza fatica, su un pick-up Tata partiamo. Arrivati a destinazione dopo aver attraversato una pioggia monsonica fuori stagione, scarichiamo, a mano e senza rampe, il mezzo e lo infiliamo sotto una tettoia. “Oggi è sabato” mi dice Ashok, dovremo attendere Lunedi perché qualcuno si renda disponibile a dare un occhio. Ok, weekend sulle rive del Mare Arabico in attesa che arrivi il Lunedi; mai stato così ansioso di iniziare una nuova settimana... Lunedi arriva Sagar, il meccanico consigliatomi da Ashok e comincia a controllare cavi, cavetti e connessioni varie, utilizzando, senza risparmio, antiossidante spray. Ma non c'è verso; la corrente non arriva alle candele, o meglio; quando arriva lo fa molto debolmente e nella fase sbagliata nella rotazione del manovellismo. E' un problema elettrico concorda anche lui; ci deve essere una dispersione o un contatto da qualche parte. E intanto la batteria si scarica per l'ennesima volta. Si ripresenta, dopo che l'ho letteralmente inseguito per due giorni, con il suo mentore tecnico e una batteria in più da collegare alla mia e ritentare l'avviamento. Colleghiamo il tutto e schiaccio il pulsante dell'avviamento; dopo due giri il motore parte, per spegnersi quasi subito. Il luminare annuncia la diagnosi; dispersione o cavo allentato nell'impianto elettrico. Bene, credo, abbiamo un parere in più, ma la moto è sempre ferma... e la batteria di nuovo a terra. Ora sono sul terrazzo della guest house in attesa che arrivi Sagar per trainare la moto nella sua officina e cominciare a ficcare il naso, e le mani, nell'impianto elettrico alla ricerca della scintilla perduta; mi auguro di ritrovarla presto, affinchè torni ad illuminare il mio cammino solitario...
DELHI
Delhi, 19 Ottobre 16.436 km
Ottenuti i permessi, partiamo per il Pangongtso, risalendo per una cinquantina di km la valle dell'Indo. Raggiunta Karu, deviamo a destra per affrontare il Chang la, passo che insieme a Khardung la e Taglang la completa il podio delle più alte strade carrozzabili al mondo. Strada e tempo in ottime condizioni, tant'è che dal fondovalle si può ammirare il valico, arroccato tra brulle vette 25 km più a monte; spettacolo impressionante. Solo gli ultimi km di strada su entrambe i versanti sono impegnativi; in alcuni passaggi, all'ombra, si deve affrontare anche il ghiaccio. Pernotto a Tangtse, 35 km prima del lago; non ho voglia di affrontare la strada al buio. Il mattino seguente la mia accidia mi da ragione; lingue di sabbia e parti franate o in costruzione mi attendono. E poi, dopo una mezza dozzina di tornanti in discesa eccolo lì, incastrato a 4098 mt. Tra India e Cina. Lo spettacolo è impressionante; acqua di un blu profondo, creste spoglie color ocra e una base dell'esercito ad accoglierci; oltre solo un paio di insediamenti Changpa, pastori di origine tibetana che vivono questa tremenda solitudine come se fosse la cosa più naturale al mondo. Scelta, tradizione, necessità; la loro e una sfida continua contro le avversità e l'estrema durezza della vita in alta quota. Il motivo sono le capre; allevate a queste altitudini producono lana Pashmina, calda e morbida, particolarmente ricercata per la produzione di manufatti artigianali. Passiamo la notte presso una famiglia di pastori, godendoci il tramonto e l'alba sulle sponde del lago. Rientro a Leh; io parto di buon ora, Stefano e Marcella, come al solito, se la prendono comoda. Ripercorro la strada all'inverso, doppio il Chang la e affronto la discesa verso la valle dell'Indo. Giusto pochi km prima di raggiungere Karu in una curva a sinistra metto le ruote su un miscuglio di sabbia e olio e finisco gambe all'aria. Devo aspettare qualche minuto perchè arrivi qualcuno che mi aiuti a rialzare la moto, coricata a 180°. Danni limitati a cupolino e specchio graffiati, normale amministrazione. Molto più ingente il danno causato dalla mia ingenuità; avevo la macchina fotografica a tracolla e nel volo ci sono finito sopra. Solo dopo aver aperto la custodia mi sono accorto di aver sbriciolato l'obiettivo. Raggiungo Leh di conserva; la gamba destra contusa nell'impatto comincia a farmi male anche seduto in sella e a camminare è pure peggio. Un paio di giorni di riposo prima di raccogliere tutti i bagagli e lasciare definitivamente il Ladakh; almeno io, I due bradipi si muoveranno con un paio di giorni di ritardo. E' così dopo tre mesi di viaggio in compagnia, più o meno numerosa, riprendo la mia condizione di overlander solitario; altro giro, altro regalo. Come da copione impiego due giorni per raggiungere Srinagar da Leh, con sosta di cinque ore sullo Zoji la, l'ultimo passo himalayano, a causa delle solite frane che bloccano la strada. Due notti tranquille a Srinagar, nonostante la situazione sociale sempre in bilico per i recenti scontri tra musulmani indipendentisti ed esercito. Altro tappone alpino per arrivare a Mcleod Ganj, Himachal Pradesh, sede del governo tibetano in esilio e residenza del Dalai Lama. Tre giorni di ozio in questa cittadina che domina le pianure prima di completare la discesa nei caotici ed umidi inferi delle città indiane. Lascio il fresco delle colline alle sei del mattino e raggiungo la sauna della capitale poco prima del tramonto; esausto per le tredici ore in sella e per la sconsiderata follia degli indiani sulla strada. Non entro nel merito della questione perchè verrei tacciato di razzismo, ma per certe cose, soprattutto quando c'è di mezzo la mia incolumità ed il buonsenso, non sono per niente tollerante. A Delhi faccio visita alla locale concessionaria Harley-Davidson che ha aperto i battenti il 14 Luglio scorso, ritrovando, per certi versi, un'ambiente a me familiare. Ne approfitto per far controllare la moto in officina. Da un po di tempo ho la sensazione che tenda a tirare a destra; dev'esserci qualcosa fuori posto nell'allineamento tra gruppo propulsore e telaio. Infatti le mie sensazioni non sono campate in aria; una volta messa sul ponte scopriamo la causa. Nell'incidente di due mesi fa in Kyrgyzstan il paramotore, divelto dall'auto, ha impattato contro il propulsore, deformando e spezzando il supporto elastico anteriore. Ciò ha causato il disallineamento di motore e forcellone, svelando anche l'arcano mistero della ruota posteriore che striscia sul bordo destro del parafango. Ora sono qui a decidere il da farsi; ci vuole circa un mese perchè la parte necessaria arrivi dall'Europa a Delhi e io non ho voglia di aspettare. Altrimenti mi auspico l'intervento dei miei angeli custodi di Crazy Choppers, che da Milano potrebbero mandarmi in dono quello di cui ho bisogno.
DELHI
www.lungastrada.it
Salve a tutti; ho terminato, finalmente, il mio primo terzo del viaggio. E' stata dura, in alcuni frangenti anche di più, ma alla fine sono riuscito a raggiungere Delhi, scendendo definitivamente, con qualche malinconica lacrimuccia, dalle montagne himalayane. Da ora in poi mi attende un lungo inverno di ozio tra palme, spiaggie, sole, mare, feste. Vi invidio, voi che avete già cambiato l'abbigliamento nell'armadio, che avete già acceso il riscaldamento, che avete già iniziato con minestroni, zuppe, serate intorno al fuoco a rimembrare dell'estate e del vostro girovagare in moto, a programmare i prossimi viaggi estivi; io sono qui, in mezzo alla strada in maglietta e braghe corte a grattarmi le... orecchie pensando a come impegnare la giornata. Vi invidio, voi che non avete i miei problemi...
HIMALAYA!
Leh Ladakh India, 2 Ottobre 13.998 km
Sporchi, brutti e recidivi, almeno nel mio caso; io e Stefano abbiamo finalmente raggiunto il Ladakh. Lasciato il Pakistan siamo entrati in India il 19 Settembre dal confine di Wagah-Attari, assistendo alla suggestiva cerimonia di chiusura della frontiera, evento molto sentito e partecipato dai locali. Una notte ad Amritsar e poi spediti verso Manali. Comincia infatti da qui la mitica e temutissima arteria che collega l'Himachal Pradesh al Jammu & Kashmir, nella fattispecie alla regione himalayana del Ladakh. Dobbiamo ritardare la partenza di un giorno causa pioggia; questo significa che troveremo una strada di m.... Ci muoviamo il mattino seguente, sotto una leggera pioggerellina, alla volta del Rotang la, il primo ed il minore dei cinque passi che ci separano da Leh. Cinque ore e mezzo per coprire i 51 km fino alla vetta, a causa del fango immondo che copre tutto e costringe una lunga fila di veicoli, noi compresi, ad un'interminabile stop & go per i numerosi punti critici da attraversare e per lasciare il passo ai veicoli, leggi camion molti camion, che scendono a valle. Finiamo la giornata a Keylong, dopo soli 110km e otto ore di strada. L'indomani altro “Tappone alpino” con il superamento del Baralacha la (4985 mt.) e del Lachlung la (5060) per arrivare a Sarchu, una tendopoli nel mezzo di una piana a 4400 mt. dove pernottiamo eroicamente in tenda. Io un po meno, a causa del mal di montagna che non mi fa chiudere occhio. Sveglia di buon ora, colazione e via verso nuove disavventure. La strada, che tre anni fa trovai discreta, è in pessime condizioni. In quei pochi punti dove ancora resisteva l'asfalto è stato rimosso in previsione della completa ricostruzione, prevista per il 2012... Sostiamo a Pang, altra sperduta tendopoli sulla via di Leh, prima di arrampicarci sul Taglang la, che con i suoi 5326 mt. è considerato il secondo passo carrozzabile più alto al mondo. Tempo stupendo, panorami fantastici, ma strada sempre più accidentata e in balia del fango. Il mal di montagna, grazie al paracetamolo, sta scemando, ma voglio raggiungere Leh quanto prima per lasciarmi alle spalle questo interminabile supplizio. Stefano invece se la prende comoda; sostando per il pranzo a Pang, raggiungerà Leh il giorno seguente. Una volta acclimatatici ai 3505 mt. Di Leh io Stefano e Marcella, la di lui fidanzata che qui ci ha raggiunto in aereo, ci muoviamo per affrontare il Khardung la, il più alto passo carrozzabile al mondo, posto a 5602 mt. Sul livello del mare; una bella sfida , per noi e per le moto. Cielo terso e temperatura mite, le condizioni ideali per compiere questa scampagnata di tre giorni che ci porterà fino a Diskit nella Nubra Valley. Raggiungo abbastanza agilmente il passo, mentre Stefano, a causa della centralina elettronica del GS, tarata per determinate altitudini è costretto a farsi trainare per le ultime centinaia di metri fino alla cima. La discesa verso la Nubra Valley, lunga e sinuosa, è stupenda per la strada, ora decente, e per gli scorci selvaggi delle cime e della stretta gola che ci porta nel letto del fiume omonimo. A Diskit visitiamo il locale monastero buddista, arroccato su una ripida cresta che domina il villaggio e la valle. A Hundar, inaspettatamente, incontriamo dune di sabbia e cammelli della Battriana, ultima testimonianza dei trascorsi carovanieri di quest'area, che attraverso il Karakoram la collegava Leh a Kashgar in Cina. Ora siamo in attesa dei permessi per raggiungere il Pangong tso, lago situato a circa 140 km ad est di Leh sul confine cinese. Saranno altri giorni di scoperte e di nuove sfide; ma noi siamo qui anche per questo.
KARAKORAM ODYSSEY
Islamabad Pakistan, 13 Settembre 12.559 km
Finalmente è finita! Una lunga, estenuante e probante odissea per terminare il tragitto che avevamo iniziato a Kashgar in Cina il 30 Agosto. Sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata, ma nemmeno immaginavamo che quest'incubo sarebbe durato 11 giorni! Finita la Cina finisce anche l'asfalto e gli 836 km che separano il Khunjerab pass dalla capitale pakistana li abbiamo vissuti giorno per giorno, aspettandoci di tutto; tendenzialmente in peggio. La parte pakistana della Karakoram Highway (KKH) è infatti in via di rifacimento, per cui fino alla metà della sua lunghezza, nell'area di Chilas, la strada non è altro che un immenso cantiere, dove l'asfalto non esiste più, sostituito da tutto quello che di poco scorrevole potete immaginare. Impieghiamo cinque ore e mezzo per raggiungere la frontiera di Sost, 85 km più a valle, arrivando stravolti, con scivolata finale del sottoscritto sul ghiaione. Fortunatamente il Pakistan non è la Cina, lo dimostrano subito i funzionari doganali che ci accolgono a lume di candela, la corrente come la intendiamo noi la troveremo solo ad Islamabad, per espletare le pratiche relative ai mezzi ed ai due farfalloni italiani sprovvisti di visto. Come dicevo i pakistani si presentano candela in mano, umili e disponibili, per risolvere in soli cinque minuti il problema dei visti mancanti; una foto, 24 $ e benvenuti in Pakistan! I problemi, quelli veri, iniziano il giorno seguente. Un ponte crollato impedisce il transito dei mezzi; per cose e persone si arrangiano con due tronchi messi a mo di passatoia. Noi ci accordiamo con un gruppo di porters affinché rendano l'instabile passaggio capace di sopportare il peso delle moto che, una ad una, verranno spinte a mano dall'altra parte. Un esercizio di equilibrismo e sangue freddo per noi, normale routine per loro. Attraversato il lago su piccole barche tra Gulmit e Karimabad affrontiamo dopo Gilgit la frana che da giorni impedisce i rifornimenti alle valli più a nord del paese. Io e Roberta, lasciato il Gruppo a Gilgit, decidiamo di rischiare, ma il primo tentativo fallisce per mancanza di un accordo con i porters. Riproviamo l'indomani, molto più determinati, in quanto si stanno preparando a far saltare parte della montagna per ripristinare la strada. Dobbiamo sbrigarci e trovare subito un accordo, prima di restare bloccati qui per giorni; 1500 rupie per 5 persone che insieme a me proveranno a trasportare a mano l'Harley su per un angusto sentiero tra rocce e strapiombi fino a destinazione, 40 metri più in là. Sudando e sacramentando, almeno io, riusciamo nell'impresa; Roberta guardava altrove per non soffrire. Ultimo ostacolo il Babusar pass, 4175 mt. E la Kaghan Valley, tanto bella quanto impossibile per i suoi fanghi, ben poco salutari anche se ci sono finito dentro quattro volte. Sembrerò masochista, ma ora, mentre sto scrivendo queste righe, ripensando a quello che abbiamo dovuto patire nell'ultima settimana, quasi mi prende la nostalgia per quelle dannate giornate passate a litigare con la strada per guadagnare a fatica pochi metri su fondi impossibili, per quegli scenari di vette immani, come il Rakaposhi ed il Nanga Parbat, che tolgono il fiato al solo pronunciarle, per tutta quella gente incrociata nei luoghi più assurdi che pur non conoscendoti non ha mai lesinato un sorriso ne un cenno di saluto a due disperati coperti di fango a bordo di un cancello a due ruote. Tutto questo un po mi manca, forse perché col disagio avevo cominciato a conviverci, mutuando la loro semplice ma filosofica flemma di gente abituata ad affrontare quotidianamente le avversità della vita, perché come qualcuno sul ponte crollato di Husseini mi ha detto : “In Pakistan every day is a problem”.
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PERCHE NASCE QUESTO SITO?
Fondamentalmente per due buone, anzi ottime ragioni. la prima, sposa il naturale desiderio di condividere e divulgare, quelle che agli occhi dei più appaiono come astruse pazzie, ma che sono semplicemente e volutamente, esperienze di vita. il desiderio di scoprire il mondo in prima persona, proiettarsi a volte incautamente, in situazioni complesse, a volte rischiose, che mettono alla prova le proprie capacità di resistenza, di determinazione e di adattamento a contesti spesso così diversi e lontani dal proprio quotidiano. la forza di sopportare disagi, inconvenienti, storture burocratiche e quant'altro ti può capitare, quando giri per il mondo, da solo con una moto;in poche parole, il desiderio di vivere. la seconda, meno egoistica è dovuta all'incontro con l'associazione Il Padre Pellegrino, che a dispetto del nome, nasce come sodalizio laico che opera per la cura, la crescita ed il futuro dei Meninos de Rua, nello stato di Minas Geràis in Brasile. da anni operano con eventi ed iniziative sul territorio nazionale, raccogliendo fondi da destinare direttamente e senza altri passaggi di mano, alla Missione SAO MIGUEL ARCANJO, che gestita da Marco Roberto Bertoli, opera a Barbacena, aiutando centinaia di bambini, a vivere e a progredire come esseri umani e non come avanzi rejetti della società. quindi anche da un sito apparentemente affrancato come questo, può scaturire una voce di appoggio e di diffusione delle loro meritevoli azioni di solidarietà.
PERCHE NASCE QUESTO SITO?
Fondamentalmente per due buone, anzi ottime ragioni. la prima, sposa il naturale desiderio di condividere e divulgare, quelle che agli occhi dei più appaiono come astruse pazzie, ma che sono semplicemente e volutamente, esperienze di vita. il desiderio di scoprire il mondo in prima persona, proiettarsi a volte incautamente, in situazioni complesse, a volte rischiose, che mettono alla prova le proprie capacità di resistenza, di determinazione e di adattamento a contesti spesso così diversi e lontani dal proprio quotidiano. la forza di sopportare disagi, inconvenienti, storture burocratiche e quant'altro ti può capitare, quando giri per il mondo, da solo con una moto;in poche parole, il desiderio di vivere. la seconda, meno egoistica è dovuta all'incontro con l'associazione Il Padre Pellegrino, che a dispetto del nome, nasce come sodalizio laico che opera per la cura, la crescita ed il futuro dei Meninos de Rua, nello stato di Minas Geràis in Brasile. da anni operano con eventi ed iniziative sul territorio nazionale, raccogliendo fondi da destinare direttamente e senza altri passaggi di mano, alla Missione SAO MIGUEL ARCANJO, che gestita da Marco Roberto Bertoli, opera a Barbacena, aiutando centinaia di bambini, a vivere e a progredire come esseri umani e non come avanzi rejetti della società. quindi anche da un sito apparentemente affrancato come questo, può scaturire una voce di appoggio e di diffusione delle loro meritevoli azioni di solidarietà.
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| TUNIS RALLY by admin | | | FINE DEL LETARGO by admin | DOPO MESI DI PIGRO SILENZIO, TORNO A FAR SCORRERE PAROLE SULLE PAGINE DEL SITO. NON ABBIATENE A MALE PER QUESTO MIO INUSiTATO MUTISMO, MA DOVEVO USCIRE DAL MIO SOLITO LETARGO INVERNALE E LECCARMI LE FERITE DOPO LA TRAUMATICA ESPERIENZA DELLO SCORSO SETTEMBRE. | | IL VIAGGIO LOGORA CHI NON LO FA by admin | | | ATKUDA? by admin | 9000KM PER RAGGIUNGERE IL CAUCASO, ATTRAVERSO I RESTI DELL'UNIONE SOVIETICA, FINO ALLA MAGICA SAMARCANDA.
DIARIO DI VIAGGIO SULLE ORME DI MARCO POLO, IN UN MONDO PRIMA SOLO IMMAGINATO E ORA CRUDAMENTE SPALANCATO DAVANTI AGLI OCCHI. |
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