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LONE RIDE AROUND: IL BLOG

 

CRASH!

Bokanbaev Kyrgyzstan, 20 Agosto 9859 km
 

E' successo oltre una settimana fa, ma volevo aspettare di rimettere in ordine la moto prima di raccontarlo. 14 Agosto, lasciamo Jalal Abad con l'intento di percorrere circa duecento chilometri per raggiungere Toktogul, piccolo centro affacciato su un bacino artificiale. Giornata splendida, aria fresca e la strada davanti a noi. Viaggiamo di conserva, perché da quattro giorni siamo senza il freno posteriore; si è tranciato il tubo quando ancora stavamo sacramentando nel bel mezzo del Pamir, tra Murghab e Karakul. Percorsi una cinquantina di km arriviamo in prossimità di una curva a destra, ma più che una curva è una piega secca a 90°. Sono verso la mezzeria, l'auto che ci viene incontro di più. Non ho molto da fare, se tocco i freni davanti, gli unici funzionanti, mi vedo già per terra, l'istinto, folle, mi porta a scartare verso sinistra, sperando di evitare l'impatto, ma la Volkswagen è pure in discesa; centrati in pieno sulla parte destra. La prima preoccupazione è per Roberta che, per fortuna, rimedia solo un grosso spavento, io, a distanza di una settimana ho un piede variegato color melanzana/patata e due bozzi sullo stinco. L'autista scende e comincia ad inveire al mio indirizzo asserendo che ero nella sua corsia; io faccio altrettanto, tra una bestemmia e l'altra. L'auto ha il faro anteriore destro frantumato, trovo vetri incastrati tra i cilindri e il basamento dell'Harley, il cofano ed il paraurti piegati. Mi aiutano a rialzare la moto, comincio a verificare i danni. Il parabrezza è volato via, lo scarico anteriore completamente schiacciato dall'impatto con la quattroruote teutonica, il supporto pedana e il pedale del freno saltati. Ma i danni maggiori li ha fatti il mio paramotore; deformato dall'urto ha divelto l'ancoraggio al telaio ed è andato a sfondare il coperchio della distribuzione. Tutti i presenti, occupanti dell'auto e testimoni, sono concordi nell'addossarmi la colpa del misfatto; facendo scivolare il pollice sull'indice mi fanno capire che dovrò pagare e senza tante storie. Noi non ci stiamo, cerchiamo di far valere le nostre ragioni, in quanto l'auto era realmente in mezzo alla strada, qui le curve le fanno così, ma non otteniamo nulla. Qualcuno ha già chiamato la polizia, nel frattempo, grazie ad una donna che si arrangia con l'inglese, il conducente ci comunica l'ammontare del suo danno; 500 $, che vuole subito, seduta stante. Io e Roberta diventiamo sempre più nervosi, abbiamo intorno una dozzina di persone che ci danno contro, ma non abbiamo intenzione di calarci le braghe fino a quel punto. Cerchiamo una mediazione, visto che anche i nostri danni non sono da poco; tra scarico, paramotore, coperchio distribuzione e compagnia cantante, superiamo allegramente i mille euro. Roberta propone, giustamente, che ognuno provveda di par suo per i danni al proprio mezzo, ma questi non ci sentono; vogliono i soldi. Arriva finalmente la polizia, espongo la mia versione dei fatti, ma sono da solo, gli altri hanno una Torcìda che li spinge a chiedere la luna. Il poliziotto dà loro ragione e mi consiglia di trovare un accordo per risolvere la questione al momento, prima che cambi idea, sequestri entrambi i mezzi e ci costringa a tornare a Jalal Abad per dirimere la questione al locale commissariato; io e Roberta vogliamo solo uscire da questo incubo al più presto, di tornare indietro non se ne parla nemmeno, per perdere poi chissà quanto tempo tra uffici, scartoffie, meccanici e chissà cos'altro. Il tizio insiste con i 500 $, io col fatto che di rotto ha solo il faro e che cofano e paraurti si possono raddrizzare dal carrozziere; almeno in questo il poliziotto è d'accordo. Alla fine dopo un'ora e mezza sotto un sole a picco, troviamo il punto d'incontro, fissato a 90 euro, con stretta di mano finale patrocinata dal gendarme. Ripresa la strada con la moto che ansima a causa dello scarico, raggiungiamo Toktogul con un paio d'ore di ritardo. Trovo a pochi metri dall'albergo, un saldatore. Smonto scarico , pedana e pedale del freno; il paramotore viaggiava già col bagaglio. Il master, come lo chiamano gli astanti, si mette subito al lavoro. Apre lo scarico, lo scalda con la fiamma ossidrica e inizia a randellarlo pesantemente per ridargli una forma più ortodossa. Lo richiude e proviamo a rimontarlo; ma l'angolo degli attacchi alle teste è completamente sballato. Giù di nuovo; questa volta lo taglia in due, aggiungendogli una prolunga, in modo da riportarlo, a spanne, alla conformazione originale. Questa volta funziona. Stesso trattamento per il paramotore. Io nel frattempo cerco di fermare la perdita d'olio dalla distribuzione con della pasta rossa per guarnizioni; sembra che tenga. L'indomani percorsi una sessantina di km sulla strada per Bishkek, mi fermo per un controllo; ho tutta la parte destra della moto imbrattata d'olio! A quasi tremila metri di quota, sotto un cielo che non promette niente di buono, smonto il coperchio della distribuzione per constatare l'entità del danno. Per fortuna il carter motore è quasi intatto, presenta solo una lieve deformazione nella zona di accoppiamento, che appiano con la lama della mio imitazione Victorinox. Il danno maggiore è sul coperchio; una crepa lo attraversa da parte a parte, nella zona inferiore. Faccio il possibile con la pasta per guarnizioni; rimonto il tutto e ripartiamo, tenendo la situazione sotto controllo, fermandomi di tanto in tanto. A Bishkek devo attendere tre giorni per avere l'onore di essere ricevuto dal master locale dell'alluminio. Costui sa il fatto suo a quanto pare; lavorando di fiamma ossidrica, di saldatore e di mola, mi restituisce il pezzo esteticamente malridotto, ma una volta rimontato, con abbondante uso di pasta rossa, percorriamo oltre trecento chilometri per arrivare fin qui a Bokonbaev sul lago Yssik-Kul e constatare che l'olio del motore ha ripreso a fare il suo dovere, anziché imbrattare le già malridotte strade kirghise

 

KIRGYZ SHEPERD                              A LONELY TREE

CHAR MINAR, BUKHARA

 THE ANZOB TUNNEL

KALON MINARET, BUKHARA

ALONG THE PAMIR HIGHWAY, TAJIKISTAN

JAMILA AND HIS LITTLE BROTHER

KALTA MINOR MINARET, KHIVA

KHUKNA ARK KHIVA, UZBEKISTAN

TOWARDS MURGAB, PAMIR

THE BIKE AT REGISTAN, SAMARKAND

SHAR I ZINDAR, SAMARKAND

 THE REGISTAN

SUNSET AT KARAKUL, PAMIR

BROKEN BRAKE LINE, PAMIR

LENIN WAS WAITING FOR ME, BISHKEK

TOWARDS OSH, KYRGYZSTAN

WOMEN AT THE MARKET

CHILDREN & STATUE, KHIVA

 

PADRONI A CASA NOSTRA!
 
Jalal Abad, Kyrgyzstan 14 Agosto - 8741 km.
 
L'ultima notte in Tajikistan la passiamo sulle sponde del Kara Kul lake, io in compagnia dell'Acute Mountain Sickness. Mancano 60 km al confine kirghiso, e, manco a dirlo saranno di strada pessima. Arriviamo al border post tajiko; incrociamo, in entrata, una coppia di australiani ed un canadase provenienti dal giappone a bordo di due Bmw e una Honda. Saluti e scambio di informazioni sulle rispettive rotte prima di riprendere la pista che dopo 20 km in terra di nessuno ci porterà alla dogana kirghisa. In 5 minuti di orologio siamo dentro; mai fatta una cosa simile in un paese dell'ex URSS! A Sary Tash cambiamo contante in moneta locale e attiriamo, la moto in special modo, l'attenzione di alcuni camionisti cinesi, impegnati anche qui, e per fortuna aggiungo io, nella ricostruzione della strada che porta ad Osh, capoluogo della regione. Voglio spendere parole di gratitudine per l'impegno, ovviamente non disinteressato, del governo cinese, nel voler ripristinare queste orrende mulattiere costruite nella notte dei tempi dai mangiabambini, che si stanno lentamente ma inesorabilmente disintegrando a causa degli elementi e della assoluta e ultraventennale mancanza di manutenzione. Da Sary Tash ad Osh ci sono circa 180 km. La prima metà dei quali corrono su un largo e finalmente compatto fondo sterrato, che permette velocità anche di 60 kmh. Osh, così come Jalal Abad distante un centinaio di km. è salita alla ribalta delle cronache un paio di mesi fa a causa degli scontri interetnici, che hanno visto la maggioranza kirghisa mettere a ferro e fuoco le case e gli averi dei residenti di origine uzbeka, costretti, quelli che non ci hanno lasciato la pelle, ad una rapida e dolorosa rimpatriata. Attualmente i confini tra i due paesi sono chiusi. Arriviamo in città, semideserta, alle 22, accolti da un check point militare e da un'atmosfera surreale, da coprifuoco bellico. In giro per gli ampi viali qualche taxi, pattuglie di polizia, soldati armati e poche luci; il buio prevale nefasto. Grazie ad un taxista, e ai 4 euro che gli allungo, troviamo un hotel dove poterci togliere di dosso la polvere ed il fango accumulati nell'attraversare il Pamir e mettere sotto i denti due uova al tegamino e qualche pezzo d'anguria; questo passa il convento. L'indomani lasciando Osh scopriamo, grazie alla luce del giorno, i segni, impressionanti, lasciati dagli scontri; Intere aree della città non sono ora che un ammasso di macerie annerite dal fumo degli incendi purificatori, appiccati da sobillati giustizieri in nome di un presunto e legittimo diritto a rivendicare benefici e privilegi, contro chi, nella maggior parte dei casi ha aumentato a dismisura il volume delle proprie terga, leggi si è fatto un mazzo così, per avere qualcosa dalla vita e garantire un minimo di futuro alle proprie discendenze.

 

PAMIR 2, LA VENDETTA.
 
Karakul lake, Pamir, 12 Agosto - 3915 mt. 8464 km.
Lasciata Khorog, capoluogo amministrativo della provincia autonoma del Gorno-Badakshan, iniziamo la lunga salita che dai 2000 mt. della cittadina affacciata sul terribile ed iracondo fiume Pyandhz, ci porta a raggiungere il plateau chiamato dai locali Bam i Dunya, il tetto del mondo. Uno spettacolare altipiano che si apre davanti a noi, a 4000 mt. E non è solo l'altitudine a toglierci il fiato. Panorami di una maestosa desolazione, rendono ancora più suggestiva questa nostra piccola conquista.
Dopo una sosta ad Alchur, per ritemprarci dalla pioggia presa, con tè, pane e burro di yak, attraverso un'insolita, in quanto a condizioni, e deserta strada, raggiungiamo Murghab, nel mezzo dell'altopiano. Troviamo ospitalità presso una guest house alla modica cifra di 26 $ per una doppia e relativa cena. Ripresa la strada l'indomani, puntiamo ora a nord per raggiungere il Kara Kul lake, nostro ultimo bivacco prima dell'ingresso in Kyrgyzstan. I panorami continuano a catturarci, nel mio caso anche troppo, visto che devo badare alla strada, ora non più così scorrevole come il giorno precedente. Oltre alla bellezza dei luoghi i nostri sguardi vengono catturati da un omino che si sbraccia a bordo strada, un centinaio di metri dinnanzi a noi. E' un pastore kirghizo, fermo di fianco alla sua Dnepr 650 sidecar blu, sul quale ha caricato due pecore che sta portando al bazar. Si sbraccia verso quei due samaritani a bordo di una rumorosa moto verde militare per un motivo ben preciso; è rimasto senza benzina. Svuotata una bottiglia di minerale e recuperato un tubo di gomma da uno dei carburatori della treruote sovietica, il sottoscritto, a stomaco vuoto, fa colazione con il viscido idrocarburo tentando di travasarlo nel contenitore. Donati circa tre litri al pastore-biker, riprendiamo il nostro cammino. Il valico posto a 4620 mt. Prima del lago si dimostra ostico, non solo per l'elevazione orografica, ma anche, tanto per cambiare per il fondo stradale. Da queste parti, visti i pochi mezzi a disposizione, quando la strada cede alle forze della natura, acqua e/o frane che siano, rimediano con una bella spianata a base di pietre e caterpillar, che con il loro peso e soprattutto con i loro cingoli, apportano più dannni che benefici. Il tutto si traduce in km di tremendo toule ondulè a base di pietrisco dove è impossibile tenere il controllo della moto, a causa delle vibrazioni che si ripercuototno violentemente sul manubrio. Si va avandi sacramentando, con la vista che si sdoppia a causa dei sussulti, mangiando polvere e impropèri. Manca poco quasi ci siamo, ma è troppo bello per essere vero. A 30 km. Dall'arrivo al termine di un lungo rettilineo sul fondo di una placida radura, ci aspetta la ciliegina sulla torta. Un ponte è crollato, a causa delle recenti piogge, tagliando praticamente in due la regione. Un fiume scorre ora tranquillo sotto di noi, che basiti cerchiamo di capire cosa fare. Dall'altra parte arriva intanto un'auto; si ferma, ne scendono cinque uomini che si avvicinano alla voragine. A gesti gli chiedo come poter fare per passare l'ostacolo. Mi indicano una pista che, facendo un'ampio giro rasentando il confine cinese, sostituisce, chissà per quanto, il ponte annegato. Torniamo indietro, e prendiamo baldanzosi un tracciato laterale; talmente baldanzosi che alla prima curva ci accorgiamo di viaggiare sulla sabbia e finiamo per terra. Rimesso in piedi, a fatica, il pachiderma, abbiamo ora un problema in più da affrontare; il fondo su cui procediamo è di fatto il letto del fiume. La moto va un po dove vuole, nonostante faccia di tutto per condurla alla ragione. Arriviamo in prossimità del primo guado; in prossimità, perché nel frattempo affondo nel fango. Dò gas ma la moto non si muove, Roberta, santa donna, si strema nello spingere i 340 kg. Dell'Harley fuori dalla melma, per affrontare le infide acque, che, al contrario di Mosè non si aprono al nostro passaggio. Si va avanti un passo alla volta; si scende, si sonda il corso d'acqua per individuare il punto più basso e meno battuto dalla corrente per passare e si va avanti. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Mezza dozzina di guadi, tonnellate di imprecazioni e soprattutto di sforzo fisico a 4000 mt. Per 6 metri di strada mancante; se non è masochismo questo...
 
PAMIR!
 
Khorog, Tajikistan, 9 Agosto - 7982 km
Questi giorni di silenzio sono serviti per recuperare, a Tashkent, Roberta la mia passeggera, portarla a Samarcanda e da li, raggiungere il Tajikistan; oltre che per trovare un internet point. Una volta passato il confine, in mezz'ora circa, abbiamo raggiunto Penjikent, per iniziare una cura ricostituente, per le nostre terga, a base di sterrato, ghiaione e le immancabili buche. Mi aspettavo di trovare pane per i miei denti da queste parti, ma non così presto. E il caldo non ha certo dato una mano. Comunque, una volta raggiunta Ayni le cose sono cambiate, grazie all'operosità dei cinesi che hanno completamente ricostruito la strada che da Dushanbe, la capitale, porta al nord del paese e da qui in Uzbekistan. In confronto alla mulattiera appena lasciata, sembrava di volare, a 80 km/h in autostrada; e volavamo alto, verso il terribile Anzob pass, che custodisce nel suo ventre un infernale tunnel di epoca sovietica lungo 6 km. Anche quest'ultimo retaggio dell'era bolscevica, sta per essere soppiantato dalla scaltra intrapendenza cinese. Stanno, i gialli intendo, costruendo un secondo tunnel, parallelo al vecchio per completare l'opera di ammodernamento viario, concordata con il goveno tajiko. Quello che ho percepito durante questi 6 km di ritorno al neolitico, è difficile da descrivere; buio pesto intervallato da fioche luci, freddo, umido, gas di scarico asfissianti, mancanza di ventilazione, fondo perennemente allagato e sconnesso, a causa delle ininterrotte infiltrazioni; piove praticamente al coperto. Ma è stato molto eccitante... Dushanbe è una tranquilla capitale, senza troppe pretese nè fronzoli; quelli casomai li fa apporre il presidente, anche qui come nelle altre repubbliche centroasiatiche ex-sovietiche, glorioso dirigente del PCUS convertitosi immediatamente alla democrazia quando ha cominciato a sentire odore di potere assoluto; il sol dell'avvenir... Passiamo la notte all'hotel Vaksh, affacciato sulla piazza principale, che ospita il monumentale teatro dell'opera e piccoli ristorantini che circondano una fresca vasca, da dove godiamo un po di refrigerio, mentre, come da giorni oramai ci capita, mangiamo pane e formaggio, vista l'imperitura ed ostinata abitudine dei locali di utilizzare la carne come perno della cucina. Viviamo i due giorni a seguire come una interminabile sequela di atroci sofferenze, per noi e per la moto, a causa delle strade, che di tale hanno solo il nome; le fattezze sono quelle di scalcinati e irti tratturi, difficilmente praticabili anche da mezzi idonei; lo dice anche la Lonely Planet.

 

 PAROLE PAROLE PAROLE

Tashkent, 30 Luglio
Ieri siamo stati ricevuti dall'ambasciatore pakistano. Colloquio cordiale, di conoscenza per lui, e di speranza per noi. Ci ha ribadito che le nuove direttive in merito di visti, promulgate lo scorso marzo, non prevedono la possibilità, per un cittadino, di ottenere il visto in un paese che non sia quello d'origine. Ironia della sorte; lui era ambasciatore a Tehran 3 anni fa, quando anche allora non riuscii ad ottenerlo per la mancata lettera di garanzia prodotta dalla nostra ambasciata. Portasse sfiga?
Comunque, ora come ora l'unica possibilità, remota, per ottenere il visto è quella di farne richiesta (fatta), che verrà inoltrata al ministero di Islamabad per essere esaminata. I tempi, ci ha detto il frescone, non dovrebbero essere inferiori a due mesi, ma, se con il suo supporto le cose dovessero prendere una piega da miracolati, noi non ci tireremmo certo indietro. Ora tutto è nella sua mano destra, sperando che usi l'indice per digitare qualche importante numero di telefono ad Islamabad e fare così muovere il culo a quei perdigiorno stipendiati del ministero dell'interno. Lunedi, una volta ritirati i visti indiani muoveremo verso Samarcanda. Un paio di giorni di stop e poi via verso il Tajikistan. Prevediamo di arrivare a Bishkek intorno a ferragosto, dove ovviamente speriamo di trovare una graditissima sorpresa alla locale ambasciata pakistana (ma non ci facciamo illusioni).
Per il resto Tashkent ci esce dagli occhi
.

 MALEDETTA BUROCRAZIA!

Niente da fare; un muro è un muro, puoi avere la testa dura quanto vuoi ma alla fine resta sempre in piedi. Siamo stati ieri all'ambasciata pakistana per cercare di ottenere questi stramaledettissimi visti, ma non è servito a nulla. Per questioni di sicurezza dal marzo 2010 le ambasciate pakistane possono rilasciare visti solo ai cittadini residenti; noi siamo foresti... Qualcuno dirà; potevi pensarci prima. Certo che ci ho pensato. ho spedito il passaporto il 10 aprile ad un'agenzia a Roma affinchè mi procurasse i lasciapassare per l'Asia centrale (Azerbaijan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan, Kyrgyzstan). tempo stimato, 50 giorni, allo scadere dei quali ho cominciato ad insistere con l'agenzia, in quanto il tempo stringeva. Hanno continuato a dirmi che non dipendeva da loro, che i paesi centroasiatici dell'ex Urss sono molto volubili in quanto a burocrazia, che qui, che la, che su, che giù. Morale; sono tornato in possesso del passaporto tre giorni prima della partenza, che non poteva essere ritardata più di tanto, a causa dello scadere del visto di transito turkmeno. Ho pensato; lo farò a Tashkent insieme all'indiano e al cinese, visto che avremo circa dieci giorni da spendere in loco per le questioni burocratiche. Invece, ieri, la doccia fredda; come detto sopra dallo scorso marzo solo gli indigeni ed i residenti stranieri per lavoro possono richiedere il visto pakistano. Abbiamo parlato anche con il console, che come un mulo ci ha ripetuto le stesse cose tre volte. gli abbiamo spiegato che il problema è stato causato dai tempi lunghi dell'agenzia, che una mia amica ci aspetta ad islamabad il 26 agosto, dove tra l'altro abbiamo prenotato una camera, che abbiamo organizzato il transito in cina con un'agenzia, che qui, che li, ma non hanno voluto sentire ragioni. L'unica possibilità è ricevere una lettera di nulla osta dall'ambasciata pakistana a Roma che verrà inoltrata al ministero degli interni ad islamabad per essere esaminata. tempo previsto, a detta del console, per il succitato processo; due mesi. ma vaff... Stamani siamo stati all'ambasciata indiana per richiedere il visto; qua pochi problemi. compilati i moduli, consegnati insieme alle foto e lunedi prossimo ritireremo i visti validi 6 mesi, mentre in italia la durata è dimezzata; piccola consolazione. Ora ci concentreremo sul percorso, che comincerà a farsi impegnativo. Inizieremo a salire gradualmente una volta entrati in Tajikistan, per avvicinarci al Pamir e ai suoi spettacolari panorami. Poi ci sarà l'ingresso in Kyrgyzstan, dalla parte di Osh, area recentemente salita alla ribalta della cronaca, per gli scontri di matrice etnica tra kyrghizi e uzbeki. La situazione sembra essersi tranquillizata ultimamente. questo dovrebbe permetterci un transito  con poche preoccupazioni. Poi raggiungeremo Bishkek, per organizzare la spedizione nostra e delle moto verso l'India, dove contiamo di arrivare entro la fine di Agosto, in modo di avere qualche giorno in più da dedicare al Ladakh e alle sue vette. questo è quanto per il momento; fa caldo, sono abbastanza scazzato, anche perché non c'è molto da fare in questa città-forno oltre che grattarsi le...orecchie.

 Tashkent, 22 Luglio 6132 km

Arrivati alfine nella capitale uzbeka. L'ultima settimana è stata dominata dal caldo e da sudate ininterrotte, che si fosse in moto o a piedi. Ashgabat è come immaginavo una città a misura d'uomo; cioè di Saparmurat Nyazov, il presidente-padrone. qui, più che nel resto del paese, tutto lo riguarda. Megalomane e paranoico, abbina palazzi dal discutibile gusto alla presenza massiccia ed asfissiante della polizia. La strada dalla capitale che sale a nord verso l'uzbekistan non è niente male: larga, battuta dal vento e dalla sabbia, permette medie intorno ai cento orari. passata la notte a yerbent in una yurta presso una famiglia di pastori. cena pernotto e colazione per 10 $, che abbiamo faticato a lasciare al capofamiglia. l'ultimo tratto di strada verso konyeurgenc ed il confine uzbekoè uno schifo; così come le strade in uzbekistan, purtroppo. L'altro grosso problema è che da un paio di settimane in uzbekistan manca benzina; abbiamo chiesto a destra e a manca, ma nessuno sa il perchè. C'è chi dice per un probabile aumento, c'è chi parla della bancarotta di una compagnia petrolifera locale. sta di fatto che è un casino trovarla, i distributori sono perennemente chiusi con code di auto in attesa di chissà cosa. l'uinico modo per procurarsela è girare come idioti, chiedndo ad ogni angolo di strada. il costo varia dai 2000 ai 3000 sum al litro. la qualità è scadente (80 ottani) ma quello c'è, quando c'è. Khiva sempre bella, bukhara così così, Samarcanda una delusione. rispetto ad otto anni fa, hanno completamente rifatto la zona retrostante il registan, trasformandola in una sorta di isola pedonale per shopping tipo versilia; che scempio! Domani attacco alle ambasciate per i visti, vedremo come andrà; stay tuned!

 

 Turkmenbashi, 12 Luglio

Un'odissea del Caspio

Non so nemmeno io da dove cominciare, le immagini si accavallano continuamente senza sosta. Storditi dal caldo e dalle vicissitudini a cui abbiamo dovuto sottostare per attraversare questo braccio di mare. L'appuntamento era per ieri mattina, ore 10, al porto di Baku, per fare dogana alle moto e sperare in una partenza, in giornata, di una nave con destinazione Turkmenbashi. Arrivati puntuali, l'addetto ai biglietti ci dice: “Eilà belli freschi? La nave è partita 3 ore fa...” Improperi e contumelie per colazione, tentando di smaltire la rabbia per l'occasione persa. Il tizio ridendo replica: “ provate a passare alle 17, forse ci sarà un'altra partenza. Forse” Fatta passare la dogana alle moto, ora tocca a noi far passare queste 6 ore in attesa di buone nuove . Caldo: umido e martellante. Ci spostiamo, cercando ombra, man mano che si sposta il sole, sudando anche solo per respirare. Attacchiamo bottone con un paio di doganieri che masticano qualche parola di inglese, almeno si fa conversazione. Mussolini, Hitler, Von Bismarck, gli armeni e il Nagorno Karabakh, questi i temi toccati: deve essere il caldo... Continuiamo a trascinarci alla ricerca d'ombra, fino a quando non torniamo dal ticket man, incrociando le dita. Almeno qualcosa gira giusto oggi: la nave c'è! Fatti i biglietti, 200$ a testa, attendiamo l'imbarco e la partenza, prevista per le 23. Passata la dogana ci fanno caricare le moto sulla nave. Nave; una bagnarola arrugginita dell'epoca sovietica adibita al trasporto ferroviario, ma abbiamo la cabina! Già nella stiva grondiamo acqua a rubinetto, mentre leghiamo le moto. Poi, quando ci aprono la cabina, è pure peggio. Una sauna alta un metro e novanta, con due letti a castello, un'oblò un tavolo e un armadio fatto con le cassette dell'ortomercato. Una sola lampadina, il bagno non ve lo descrivo nemmeno, insomma un incubo: temperatura, n.p. Sono completamente fradicio doico, abbina palazzi i sudore, non si respira, la cosa migliore da fare e scappare sopra coperta. Anche qui si boccheggia, ma almeno tira un refolo d'aria. Dopo 15 ore di navigazione attracchiamo finalmente in Turkmenistan: ora vado a cena, il resto dopo. Burp! Sono le 2 del pomeriggio quando la dottoressa della dogana sale a bordo per controllare i passeggeri: in una stanza con un solo ventilatore, puntato su di lei. Ovviamente siamo gli ultimi ad essere passati in rassegna, poi, giù nella stiva, aperta, ad attendere. Ci fanno finalmente sbarcare, parcheggiare le moto sotto il sole ed entrare negli uffici della dogana. Anche qui, chiaramente siamo gli ultimi. Ed inizia il carosello: da un ufficio all'altro, avanti e indietro, più volte davanti agli stessi funzionari per un solo timbro o una firma. Alla fine, dopo 5 ore e mezzo, abbiamo varcato 22 porte per poter uscire con le moto dal porto, non prima di aver lasciato 116$ a testa come obolo per l'ingresso in questo paese. Fuori, direzione Turkmenbashi. Dopo nemmeno 200 metri veniamo fermati dalla polizia per controllo documenti. Il poliziotto, gentilmente ci dice “Welcome to Turkmenistan” Ma vaff...

 SONO CADUTO NEL FANGO! Baku 9 Luglio 3723 km

 TBILISI 7 LUGLIO, 3100 KM

 Arrivati ieri sera intorno alle 21, caldo e sudore a secchiate, ma non è che nei giorni precedenti sia andata meglio. sbarcati sabato 3 luglio a igoumenitsa, ci siamo sciroppati d'un fiato la strada fino ad istanbul, dove abbiamo pernottato giusto di fianco a santa sofia, come dire piazza duomo a milano. l'attraversamento del bosforo è stato alquanto problematico, per via del pedaggio, pagabile solo tramite card, del costo di 50tl (25 eu) mentre chiediamo lumi a poliziotti motomuniti, un gentile signore turco si offre di farsi carico della spesa usando la sua card. stassa solfa appena fuori città, con un altro casello e altra processione negli uffici dell'ente che gestisce la rete autostradale. alla fine ci dicono di passare oltre fregandocene delle telecamere. percorsi 300 km, usciamo a gerede, per dirigerci verso il mar nero. anche qui stesso teatrino. questa volta il funzionario ci abbuona il tutto con una spessa pro capite di 13tl (6,5 eu). raggiungiamo la costa del mar nero a samsun e, da qui proseguiamo sulla comoda strada a due carreggiate fino ad hopa, a pochi km dal confine georgiano. luogo di incontri e traffici equivoci...  prendiamo la strada di montagna che porta ad artvin e da qui ad ardahan, attraversando la catena del ponto, prima di arrivare allo sperduto posto di frontiera di posof. nessuno oltre a noi in transito, eccezzion fatta per altri 3 italiani (in moto) provenienti dalla parte opposta. dogana veloce e senza intoppi. la strada non è male, gli ultimi km da gori verso la capitale, sono a due carreggiate. trovato l'hotel con parcheggio peri mezzi, ci arrangiamo per la cena acquistando viveri in un market, che conserva ancora l'atmosfera da cortina di ferro. oggi sosta, domani di nuovo in strada: destinazione baku, sulle sponde del mar caspio.
 

Igoumenitsa, Greece 

Former Soviet government building, Baku

Shining hotel, Baku

Former Soviet government building, Baku

 

 

Playng with children outside the west gate, Khiva Uzbekistan

Kukhana palace, Khiva

Char Minar, Bukhara

Entering the Samarkand province

Afghan plate

Kalon minaret, Bukhara

 

Se l'uscita dalla georgia è stata celere, non altrettanto si può dire per l'ingresso in territorio azero. una piccola folla sostava al cospetto di un container-baracca, dove un funzionario neofita svolgeva le sue mansioni. passava il tempo, aumentava la coda ed il tasso di umidità che aveva oramai infradiciato maglia, calzoni e mutande. Ci sono volute due ore per avere i documenti vistati, non prima di aver respinto il primo attacco estorsivo della giornata: 50 euro a testa richiesti per il disbrigo pratiche e per assicurare le moto (3 giorni). sborsati solo 4 euro e via. sulla strada, dopo ganja, sì si chiama proprio così questa città, inizia una interminabile sequela si canntieri stradali, che ci costringonno ad un massacrante slalom tra camion, auto, ruspe, terra, sabbia sassi e fango. proprio su quest'ultimo, accade il fattaccio. un'autobotte passa regolarmente sullo sterrato inondandolo d'acqua per evitare che si alzi povlere al transito dei veicoli. il punto è che per i mezzi a 4 e più ruote non costituisce un problema ma per me e stefano sono dolori. la moto non sta in strada, sguscia da tutte le parti, nonostante proceda con un filo di gas, fino a quando, a 20 all'ora non mi parte di culo, facendomi sdraiare per terra. una contusione alla coscia sx e qualche graffio alla moto. grazie all'intervento di un camionista turco, rimettiamo in piedi il mezzo e riprendiamo la strada. arriviamo a baku alle 23 passate, troviamo l'araz hotel che già mi aveva ospitato nel 2002 e sudati a nanna. stamane al porto ci siamo informati per il traghetto: 200 $ a persona con moto, partenza prevista domenica 11, speriamo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CRASH!

Bokanbaev Kyrgyzstan, 20 Agosto 9859 km
 

E' successo oltre una settimana fa, ma volevo aspettare di rimettere in ordine la moto prima di raccontarlo. 14 Agosto, lasciamo Jalal Abad con l'intento di percorrere circa duecento chilometri per raggiungere Toktogul, piccolo centro affacciato su un bacino artificiale. Giornata splendida, aria fresca e la strada davanti a noi. Viaggiamo di conserva, perché da quattro giorni siamo senza il freno posteriore; si è tranciato il tubo quando ancora stavamo sacramentando nel bel mezzo del Pamir, tra Murghab e Karakul. Percorsi una cinquantina di km arriviamo in prossimità di una curva a destra, ma più che una curva è una piega secca a 90°. Sono verso la mezzeria, l'auto che ci viene incontro di più. Non ho molto da fare, se tocco i freni davanti, gli unici funzionanti, mi vedo già per terra, l'istinto, folle, mi porta a scartare verso sinistra, sperando di evitare l'impatto, ma la Volkswagen è pure in discesa; centrati in pieno sulla parte destra. La prima preoccupazione è per Roberta che, per fortuna, rimedia solo un grosso spavento, io, a distanza di una settimana ho un piede variegato color melanzana/patata e due bozzi sullo stinco. L'autista scende e comincia ad inveire al mio indirizzo asserendo che ero nella sua corsia; io faccio altrettanto, tra una bestemmia e l'altra. L'auto ha il faro anteriore destro frantumato, trovo vetri incastrati tra i cilindri e il basamento dell'Harley, il cofano ed il paraurti piegati. Mi aiutano a rialzare la moto, comincio a verificare i danni. Il parabrezza è volato via, lo scarico anteriore completamente schiacciato dall'impatto con la quattroruote teutonica, il supporto pedana e il pedale del freno saltati. Ma i danni maggiori li ha fatti il mio paramotore; deformato dall'urto ha divelto l'ancoraggio al telaio ed è andato a sfondare il coperchio della distribuzione. Tutti i presenti, occupanti dell'auto e testimoni, sono concordi nell'addossarmi la colpa del misfatto; facendo scivolare il pollice sull'indice mi fanno capire che dovrò pagare e senza tante storie. Noi non ci stiamo, cerchiamo di far valere le nostre ragioni, in quanto l'auto era realmente in mezzo alla strada, qui le curve le fanno così, ma non otteniamo nulla. Qualcuno ha già chiamato la polizia, nel frattempo, grazie ad una donna che si arrangia con l'inglese, il conducente ci comunica l'ammontare del suo danno; 500 $, che vuole subito, seduta stante. Io e Roberta diventiamo sempre più nervosi, abbiamo intorno una dozzina di persone che ci danno contro, ma non abbiamo intenzione di calarci le braghe fino a quel punto. Cerchiamo una mediazione, visto che anche i nostri danni non sono da poco; tra scarico, paramotore, coperchio distribuzione e compagnia cantante, superiamo allegramente i mille euro. Roberta propone, giustamente, che ognuno provveda di par suo per i danni al proprio mezzo, ma questi non ci sentono; vogliono i soldi. Arriva finalmente la polizia, espongo la mia versione dei fatti, ma sono da solo, gli altri hanno una Torcìda che li spinge a chiedere la luna. Il poliziotto dà loro ragione e mi consiglia di trovare un accordo per risolvere la questione al momento, prima che cambi idea, sequestri entrambi i mezzi e ci costringa a tornare a Jalal Abad per dirimere la questione al locale commissariato; io e Roberta vogliamo solo uscire da questo incubo al più presto, di tornare indietro non se ne parla nemmeno, per perdere poi chissà quanto tempo tra uffici, scartoffie, meccanici e chissà cos'altro. Il tizio insiste con i 500 $, io col fatto che di rotto ha solo il faro e che cofano e paraurti si possono raddrizzare dal carrozziere; almeno in questo il poliziotto è d'accordo. Alla fine dopo un'ora e mezza sotto un sole a picco, troviamo il punto d'incontro, fissato a 90 euro, con stretta di mano finale patrocinata dal gendarme. Ripresa la strada con la moto che ansima a causa dello scarico, raggiungiamo Toktogul con un paio d'ore di ritardo. Trovo a pochi metri dall'albergo, un saldatore. Smonto scarico , pedana e pedale del freno; il paramotore viaggiava già col bagaglio. Il master, come lo chiamano gli astanti, si mette subito al lavoro. Apre lo scarico, lo scalda con la fiamma ossidrica e inizia a randellarlo pesantemente per ridargli una forma più ortodossa. Lo richiude e proviamo a rimontarlo; ma l'angolo degli attacchi alle teste è completamente sballato. Giù di nuovo; questa volta lo taglia in due, aggiungendogli una prolunga, in modo da riportarlo, a spanne, alla conformazione originale. Questa volta funziona. Stesso trattamento per il paramotore. Io nel frattempo cerco di fermare la perdita d'olio dalla distribuzione con della pasta rossa per guarnizioni; sembra che tenga. L'indomani percorsi una sessantina di km sulla strada per Bishkek, mi fermo per un controllo; ho tutta la parte destra della moto imbrattata d'olio! A quasi tremila metri di quota, sotto un cielo che non promette niente di buono, smonto il coperchio della distribuzione per constatare l'entità del danno. Per fortuna il carter motore è quasi intatto, presenta solo una lieve deformazione nella zona di accoppiamento, che appiano con la lama della mio imitazione Victorinox. Il danno maggiore è sul coperchio; una crepa lo attraversa da parte a parte, nella zona inferiore. Faccio il possibile con la pasta per guarnizioni; rimonto il tutto e ripartiamo, tenendo la situazione sotto controllo, fermandomi di tanto in tanto. A Bishkek devo attendere tre giorni per avere l'onore di essere ricevuto dal master locale dell'alluminio. Costui sa il fatto suo a quanto pare; lavorando di fiamma ossidrica, di saldatore e di mola, mi restituisce il pezzo esteticamente malridotto, ma una volta rimontato, con abbondante uso di pasta rossa, percorriamo oltre trecento chilometri per arrivare fin qui a Bokonbaev sul lago Yssik-Kul e constatare che l'olio del motore ha ripreso a fare il suo dovere, anziché imbrattare le già malridotte strade kirghise

 

KIRGYZ SHEPERD                              A LONELY TREE

CHAR MINAR, BUKHARA

 THE ANZOB TUNNEL

KALON MINARET, BUKHARA

ALONG THE PAMIR HIGHWAY, TAJIKISTAN

JAMILA AND HIS LITTLE BROTHER

KALTA MINOR MINARET, KHIVA

KHUKNA ARK KHIVA, UZBEKISTAN

TOWARDS MURGAB, PAMIR

THE BIKE AT REGISTAN, SAMARKAND

SHAR I ZINDAR, SAMARKAND

 THE REGISTAN

SUNSET AT KARAKUL, PAMIR

BROKEN BRAKE LINE, PAMIR

LENIN WAS WAITING FOR ME, BISHKEK

TOWARDS OSH, KYRGYZSTAN

WOMEN AT THE MARKET

CHILDREN & STATUE, KHIVA

 

PADRONI A CASA NOSTRA!
 
Jalal Abad, Kyrgyzstan 14 Agosto - 8741 km.
 
L'ultima notte in Tajikistan la passiamo sulle sponde del Kara Kul lake, io in compagnia dell'Acute Mountain Sickness. Mancano 60 km al confine kirghiso, e, manco a dirlo saranno di strada pessima. Arriviamo al border post tajiko; incrociamo, in entrata, una coppia di australiani ed un canadase provenienti dal giappone a bordo di due Bmw e una Honda. Saluti e scambio di informazioni sulle rispettive rotte prima di riprendere la pista che dopo 20 km in terra di nessuno ci porterà alla dogana kirghisa. In 5 minuti di orologio siamo dentro; mai fatta una cosa simile in un paese dell'ex URSS! A Sary Tash cambiamo contante in moneta locale e attiriamo, la moto in special modo, l'attenzione di alcuni camionisti cinesi, impegnati anche qui, e per fortuna aggiungo io, nella ricostruzione della strada che porta ad Osh, capoluogo della regione. Voglio spendere parole di gratitudine per l'impegno, ovviamente non disinteressato, del governo cinese, nel voler ripristinare queste orrende mulattiere costruite nella notte dei tempi dai mangiabambini, che si stanno lentamente ma inesorabilmente disintegrando a causa degli elementi e della assoluta e ultraventennale mancanza di manutenzione. Da Sary Tash ad Osh ci sono circa 180 km. La prima metà dei quali corrono su un largo e finalmente compatto fondo sterrato, che permette velocità anche di 60 kmh. Osh, così come Jalal Abad distante un centinaio di km. è salita alla ribalta delle cronache un paio di mesi fa a causa degli scontri interetnici, che hanno visto la maggioranza kirghisa mettere a ferro e fuoco le case e gli averi dei residenti di origine uzbeka, costretti, quelli che non ci hanno lasciato la pelle, ad una rapida e dolorosa rimpatriata. Attualmente i confini tra i due paesi sono chiusi. Arriviamo in città, semideserta, alle 22, accolti da un check point militare e da un'atmosfera surreale, da coprifuoco bellico. In giro per gli ampi viali qualche taxi, pattuglie di polizia, soldati armati e poche luci; il buio prevale nefasto. Grazie ad un taxista, e ai 4 euro che gli allungo, troviamo un hotel dove poterci togliere di dosso la polvere ed il fango accumulati nell'attraversare il Pamir e mettere sotto i denti due uova al tegamino e qualche pezzo d'anguria; questo passa il convento. L'indomani lasciando Osh scopriamo, grazie alla luce del giorno, i segni, impressionanti, lasciati dagli scontri; Intere aree della città non sono ora che un ammasso di macerie annerite dal fumo degli incendi purificatori, appiccati da sobillati giustizieri in nome di un presunto e legittimo diritto a rivendicare benefici e privilegi, contro chi, nella maggior parte dei casi ha aumentato a dismisura il volume delle proprie terga, leggi si è fatto un mazzo così, per avere qualcosa dalla vita e garantire un minimo di futuro alle proprie discendenze.

 

PAMIR 2, LA VENDETTA.
 
Karakul lake, Pamir, 12 Agosto - 3915 mt. 8464 km.
Lasciata Khorog, capoluogo amministrativo della provincia autonoma del Gorno-Badakshan, iniziamo la lunga salita che dai 2000 mt. della cittadina affacciata sul terribile ed iracondo fiume Pyandhz, ci porta a raggiungere il plateau chiamato dai locali Bam i Dunya, il tetto del mondo. Uno spettacolare altipiano che si apre davanti a noi, a 4000 mt. E non è solo l'altitudine a toglierci il fiato. Panorami di una maestosa desolazione, rendono ancora più suggestiva questa nostra piccola conquista.
Dopo una sosta ad Alchur, per ritemprarci dalla pioggia presa, con tè, pane e burro di yak, attraverso un'insolita, in quanto a condizioni, e deserta strada, raggiungiamo Murghab, nel mezzo dell'altopiano. Troviamo ospitalità presso una guest house alla modica cifra di 26 $ per una doppia e relativa cena. Ripresa la strada l'indomani, puntiamo ora a nord per raggiungere il Kara Kul lake, nostro ultimo bivacco prima dell'ingresso in Kyrgyzstan. I panorami continuano a catturarci, nel mio caso anche troppo, visto che devo badare alla strada, ora non più così scorrevole come il giorno precedente. Oltre alla bellezza dei luoghi i nostri sguardi vengono catturati da un omino che si sbraccia a bordo strada, un centinaio di metri dinnanzi a noi. E' un pastore kirghizo, fermo di fianco alla sua Dnepr 650 sidecar blu, sul quale ha caricato due pecore che sta portando al bazar. Si sbraccia verso quei due samaritani a bordo di una rumorosa moto verde militare per un motivo ben preciso; è rimasto senza benzina. Svuotata una bottiglia di minerale e recuperato un tubo di gomma da uno dei carburatori della treruote sovietica, il sottoscritto, a stomaco vuoto, fa colazione con il viscido idrocarburo tentando di travasarlo nel contenitore. Donati circa tre litri al pastore-biker, riprendiamo il nostro cammino. Il valico posto a 4620 mt. Prima del lago si dimostra ostico, non solo per l'elevazione orografica, ma anche, tanto per cambiare per il fondo stradale. Da queste parti, visti i pochi mezzi a disposizione, quando la strada cede alle forze della natura, acqua e/o frane che siano, rimediano con una bella spianata a base di pietre e caterpillar, che con il loro peso e soprattutto con i loro cingoli, apportano più dannni che benefici. Il tutto si traduce in km di tremendo toule ondulè a base di pietrisco dove è impossibile tenere il controllo della moto, a causa delle vibrazioni che si ripercuototno violentemente sul manubrio. Si va avandi sacramentando, con la vista che si sdoppia a causa dei sussulti, mangiando polvere e impropèri. Manca poco quasi ci siamo, ma è troppo bello per essere vero. A 30 km. Dall'arrivo al termine di un lungo rettilineo sul fondo di una placida radura, ci aspetta la ciliegina sulla torta. Un ponte è crollato, a causa delle recenti piogge, tagliando praticamente in due la regione. Un fiume scorre ora tranquillo sotto di noi, che basiti cerchiamo di capire cosa fare. Dall'altra parte arriva intanto un'auto; si ferma, ne scendono cinque uomini che si avvicinano alla voragine. A gesti gli chiedo come poter fare per passare l'ostacolo. Mi indicano una pista che, facendo un'ampio giro rasentando il confine cinese, sostituisce, chissà per quanto, il ponte annegato. Torniamo indietro, e prendiamo baldanzosi un tracciato laterale; talmente baldanzosi che alla prima curva ci accorgiamo di viaggiare sulla sabbia e finiamo per terra. Rimesso in piedi, a fatica, il pachiderma, abbiamo ora un problema in più da affrontare; il fondo su cui procediamo è di fatto il letto del fiume. La moto va un po dove vuole, nonostante faccia di tutto per condurla alla ragione. Arriviamo in prossimità del primo guado; in prossimità, perché nel frattempo affondo nel fango. Dò gas ma la moto non si muove, Roberta, santa donna, si strema nello spingere i 340 kg. Dell'Harley fuori dalla melma, per affrontare le infide acque, che, al contrario di Mosè non si aprono al nostro passaggio. Si va avanti un passo alla volta; si scende, si sonda il corso d'acqua per individuare il punto più basso e meno battuto dalla corrente per passare e si va avanti. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Mezza dozzina di guadi, tonnellate di imprecazioni e soprattutto di sforzo fisico a 4000 mt. Per 6 metri di strada mancante; se non è masochismo questo...
 
PAMIR!
 
Khorog, Tajikistan, 9 Agosto - 7982 km
Questi giorni di silenzio sono serviti per recuperare, a Tashkent, Roberta la mia passeggera, portarla a Samarcanda e da li, raggiungere il Tajikistan; oltre che per trovare un internet point. Una volta passato il confine, in mezz'ora circa, abbiamo raggiunto Penjikent, per iniziare una cura ricostituente, per le nostre terga, a base di sterrato, ghiaione e le immancabili buche. Mi aspettavo di trovare pane per i miei denti da queste parti, ma non così presto. E il caldo non ha certo dato una mano. Comunque, una volta raggiunta Ayni le cose sono cambiate, grazie all'operosità dei cinesi che hanno completamente ricostruito la strada che da Dushanbe, la capitale, porta al nord del paese e da qui in Uzbekistan. In confronto alla mulattiera appena lasciata, sembrava di volare, a 80 km/h in autostrada; e volavamo alto, verso il terribile Anzob pass, che custodisce nel suo ventre un infernale tunnel di epoca sovietica lungo 6 km. Anche quest'ultimo retaggio dell'era bolscevica, sta per essere soppiantato dalla scaltra intrapendenza cinese. Stanno, i gialli intendo, costruendo un secondo tunnel, parallelo al vecchio per completare l'opera di ammodernamento viario, concordata con il goveno tajiko. Quello che ho percepito durante questi 6 km di ritorno al neolitico, è difficile da descrivere; buio pesto intervallato da fioche luci, freddo, umido, gas di scarico asfissianti, mancanza di ventilazione, fondo perennemente allagato e sconnesso, a causa delle ininterrotte infiltrazioni; piove praticamente al coperto. Ma è stato molto eccitante... Dushanbe è una tranquilla capitale, senza troppe pretese nè fronzoli; quelli casomai li fa apporre il presidente, anche qui come nelle altre repubbliche centroasiatiche ex-sovietiche, glorioso dirigente del PCUS convertitosi immediatamente alla democrazia quando ha cominciato a sentire odore di potere assoluto; il sol dell'avvenir... Passiamo la notte all'hotel Vaksh, affacciato sulla piazza principale, che ospita il monumentale teatro dell'opera e piccoli ristorantini che circondano una fresca vasca, da dove godiamo un po di refrigerio, mentre, come da giorni oramai ci capita, mangiamo pane e formaggio, vista l'imperitura ed ostinata abitudine dei locali di utilizzare la carne come perno della cucina. Viviamo i due giorni a seguire come una interminabile sequela di atroci sofferenze, per noi e per la moto, a causa delle strade, che di tale hanno solo il nome; le fattezze sono quelle di scalcinati e irti tratturi, difficilmente praticabili anche da mezzi idonei; lo dice anche la Lonely Planet.

 

 PAROLE PAROLE PAROLE

Tashkent, 30 Luglio
Ieri siamo stati ricevuti dall'ambasciatore pakistano. Colloquio cordiale, di conoscenza per lui, e di speranza per noi. Ci ha ribadito che le nuove direttive in merito di visti, promulgate lo scorso marzo, non prevedono la possibilità, per un cittadino, di ottenere il visto in un paese che non sia quello d'origine. Ironia della sorte; lui era ambasciatore a Tehran 3 anni fa, quando anche allora non riuscii ad ottenerlo per la mancata lettera di garanzia prodotta dalla nostra ambasciata. Portasse sfiga?
Comunque, ora come ora l'unica possibilità, remota, per ottenere il visto è quella di farne richiesta (fatta), che verrà inoltrata al ministero di Islamabad per essere esaminata. I tempi, ci ha detto il frescone, non dovrebbero essere inferiori a due mesi, ma, se con il suo supporto le cose dovessero prendere una piega da miracolati, noi non ci tireremmo certo indietro. Ora tutto è nella sua mano destra, sperando che usi l'indice per digitare qualche importante numero di telefono ad Islamabad e fare così muovere il culo a quei perdigiorno stipendiati del ministero dell'interno. Lunedi, una volta ritirati i visti indiani muoveremo verso Samarcanda. Un paio di giorni di stop e poi via verso il Tajikistan. Prevediamo di arrivare a Bishkek intorno a ferragosto, dove ovviamente speriamo di trovare una graditissima sorpresa alla locale ambasciata pakistana (ma non ci facciamo illusioni).
Per il resto Tashkent ci esce dagli occhi
.

 MALEDETTA BUROCRAZIA!

Niente da fare; un muro è un muro, puoi avere la testa dura quanto vuoi ma alla fine resta sempre in piedi. Siamo stati ieri all'ambasciata pakistana per cercare di ottenere questi stramaledettissimi visti, ma non è servito a nulla. Per questioni di sicurezza dal marzo 2010 le ambasciate pakistane possono rilasciare visti solo ai cittadini residenti; noi siamo foresti... Qualcuno dirà; potevi pensarci prima. Certo che ci ho pensato. ho spedito il passaporto il 10 aprile ad un'agenzia a Roma affinchè mi procurasse i lasciapassare per l'Asia centrale (Azerbaijan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan, Kyrgyzstan). tempo stimato, 50 giorni, allo scadere dei quali ho cominciato ad insistere con l'agenzia, in quanto il tempo stringeva. Hanno continuato a dirmi che non dipendeva da loro, che i paesi centroasiatici dell'ex Urss sono molto volubili in quanto a burocrazia, che qui, che la, che su, che giù. Morale; sono tornato in possesso del passaporto tre giorni prima della partenza, che non poteva essere ritardata più di tanto, a causa dello scadere del visto di transito turkmeno. Ho pensato; lo farò a Tashkent insieme all'indiano e al cinese, visto che avremo circa dieci giorni da spendere in loco per le questioni burocratiche. Invece, ieri, la doccia fredda; come detto sopra dallo scorso marzo solo gli indigeni ed i residenti stranieri per lavoro possono richiedere il visto pakistano. Abbiamo parlato anche con il console, che come un mulo ci ha ripetuto le stesse cose tre volte. gli abbiamo spiegato che il problema è stato causato dai tempi lunghi dell'agenzia, che una mia amica ci aspetta ad islamabad il 26 agosto, dove tra l'altro abbiamo prenotato una camera, che abbiamo organizzato il transito in cina con un'agenzia, che qui, che li, ma non hanno voluto sentire ragioni. L'unica possibilità è ricevere una lettera di nulla osta dall'ambasciata pakistana a Roma che verrà inoltrata al ministero degli interni ad islamabad per essere esaminata. tempo previsto, a detta del console, per il succitato processo; due mesi. ma vaff... Stamani siamo stati all'ambasciata indiana per richiedere il visto; qua pochi problemi. compilati i moduli, consegnati insieme alle foto e lunedi prossimo ritireremo i visti validi 6 mesi, mentre in italia la durata è dimezzata; piccola consolazione. Ora ci concentreremo sul percorso, che comincerà a farsi impegnativo. Inizieremo a salire gradualmente una volta entrati in Tajikistan, per avvicinarci al Pamir e ai suoi spettacolari panorami. Poi ci sarà l'ingresso in Kyrgyzstan, dalla parte di Osh, area recentemente salita alla ribalta della cronaca, per gli scontri di matrice etnica tra kyrghizi e uzbeki. La situazione sembra essersi tranquillizata ultimamente. questo dovrebbe permetterci un transito  con poche preoccupazioni. Poi raggiungeremo Bishkek, per organizzare la spedizione nostra e delle moto verso l'India, dove contiamo di arrivare entro la fine di Agosto, in modo di avere qualche giorno in più da dedicare al Ladakh e alle sue vette. questo è quanto per il momento; fa caldo, sono abbastanza scazzato, anche perché non c'è molto da fare in questa città-forno oltre che grattarsi le...orecchie.

 Tashkent, 22 Luglio 6132 km

Arrivati alfine nella capitale uzbeka. L'ultima settimana è stata dominata dal caldo e da sudate ininterrotte, che si fosse in moto o a piedi. Ashgabat è come immaginavo una città a misura d'uomo; cioè di Saparmurat Nyazov, il presidente-padrone. qui, più che nel resto del paese, tutto lo riguarda. Megalomane e paranoico, abbina palazzi dal discutibile gusto alla presenza massiccia ed asfissiante della polizia. La strada dalla capitale che sale a nord verso l'uzbekistan non è niente male: larga, battuta dal vento e dalla sabbia, permette medie intorno ai cento orari. passata la notte a yerbent in una yurta presso una famiglia di pastori. cena pernotto e colazione per 10 $, che abbiamo faticato a lasciare al capofamiglia. l'ultimo tratto di strada verso konyeurgenc ed il confine uzbekoè uno schifo; così come le strade in uzbekistan, purtroppo. L'altro grosso problema è che da un paio di settimane in uzbekistan manca benzina; abbiamo chiesto a destra e a manca, ma nessuno sa il perchè. C'è chi dice per un probabile aumento, c'è chi parla della bancarotta di una compagnia petrolifera locale. sta di fatto che è un casino trovarla, i distributori sono perennemente chiusi con code di auto in attesa di chissà cosa. l'uinico modo per procurarsela è girare come idioti, chiedndo ad ogni angolo di strada. il costo varia dai 2000 ai 3000 sum al litro. la qualità è scadente (80 ottani) ma quello c'è, quando c'è. Khiva sempre bella, bukhara così così, Samarcanda una delusione. rispetto ad otto anni fa, hanno completamente rifatto la zona retrostante il registan, trasformandola in una sorta di isola pedonale per shopping tipo versilia; che scempio! Domani attacco alle ambasciate per i visti, vedremo come andrà; stay tuned!

 

 Turkmenbashi, 12 Luglio

Un'odissea del Caspio

Non so nemmeno io da dove cominciare, le immagini si accavallano continuamente senza sosta. Storditi dal caldo e dalle vicissitudini a cui abbiamo dovuto sottostare per attraversare questo braccio di mare. L'appuntamento era per ieri mattina, ore 10, al porto di Baku, per fare dogana alle moto e sperare in una partenza, in giornata, di una nave con destinazione Turkmenbashi. Arrivati puntuali, l'addetto ai biglietti ci dice: “Eilà belli freschi? La nave è partita 3 ore fa...” Improperi e contumelie per colazione, tentando di smaltire la rabbia per l'occasione persa. Il tizio ridendo replica: “ provate a passare alle 17, forse ci sarà un'altra partenza. Forse” Fatta passare la dogana alle moto, ora tocca a noi far passare queste 6 ore in attesa di buone nuove . Caldo: umido e martellante. Ci spostiamo, cercando ombra, man mano che si sposta il sole, sudando anche solo per respirare. Attacchiamo bottone con un paio di doganieri che masticano qualche parola di inglese, almeno si fa conversazione. Mussolini, Hitler, Von Bismarck, gli armeni e il Nagorno Karabakh, questi i temi toccati: deve essere il caldo... Continuiamo a trascinarci alla ricerca d'ombra, fino a quando non torniamo dal ticket man, incrociando le dita. Almeno qualcosa gira giusto oggi: la nave c'è! Fatti i biglietti, 200$ a testa, attendiamo l'imbarco e la partenza, prevista per le 23. Passata la dogana ci fanno caricare le moto sulla nave. Nave; una bagnarola arrugginita dell'epoca sovietica adibita al trasporto ferroviario, ma abbiamo la cabina! Già nella stiva grondiamo acqua a rubinetto, mentre leghiamo le moto. Poi, quando ci aprono la cabina, è pure peggio. Una sauna alta un metro e novanta, con due letti a castello, un'oblò un tavolo e un armadio fatto con le cassette dell'ortomercato. Una sola lampadina, il bagno non ve lo descrivo nemmeno, insomma un incubo: temperatura, n.p. Sono completamente fradicio doico, abbina palazzi i sudore, non si respira, la cosa migliore da fare e scappare sopra coperta. Anche qui si boccheggia, ma almeno tira un refolo d'aria. Dopo 15 ore di navigazione attracchiamo finalmente in Turkmenistan: ora vado a cena, il resto dopo. Burp! Sono le 2 del pomeriggio quando la dottoressa della dogana sale a bordo per controllare i passeggeri: in una stanza con un solo ventilatore, puntato su di lei. Ovviamente siamo gli ultimi ad essere passati in rassegna, poi, giù nella stiva, aperta, ad attendere. Ci fanno finalmente sbarcare, parcheggiare le moto sotto il sole ed entrare negli uffici della dogana. Anche qui, chiaramente siamo gli ultimi. Ed inizia il carosello: da un ufficio all'altro, avanti e indietro, più volte davanti agli stessi funzionari per un solo timbro o una firma. Alla fine, dopo 5 ore e mezzo, abbiamo varcato 22 porte per poter uscire con le moto dal porto, non prima di aver lasciato 116$ a testa come obolo per l'ingresso in questo paese. Fuori, direzione Turkmenbashi. Dopo nemmeno 200 metri veniamo fermati dalla polizia per controllo documenti. Il poliziotto, gentilmente ci dice “Welcome to Turkmenistan” Ma vaff...

 SONO CADUTO NEL FANGO! Baku 9 Luglio 3723 km

 TBILISI 7 LUGLIO, 3100 KM

 Arrivati ieri sera intorno alle 21, caldo e sudore a secchiate, ma non è che nei giorni precedenti sia andata meglio. sbarcati sabato 3 luglio a igoumenitsa, ci siamo sciroppati d'un fiato la strada fino ad istanbul, dove abbiamo pernottato giusto di fianco a santa sofia, come dire piazza duomo a milano. l'attraversamento del bosforo è stato alquanto problematico, per via del pedaggio, pagabile solo tramite card, del costo di 50tl (25 eu) mentre chiediamo lumi a poliziotti motomuniti, un gentile signore turco si offre di farsi carico della spesa usando la sua card. stassa solfa appena fuori città, con un altro casello e altra processione negli uffici dell'ente che gestisce la rete autostradale. alla fine ci dicono di passare oltre fregandocene delle telecamere. percorsi 300 km, usciamo a gerede, per dirigerci verso il mar nero. anche qui stesso teatrino. questa volta il funzionario ci abbuona il tutto con una spessa pro capite di 13tl (6,5 eu). raggiungiamo la costa del mar nero a samsun e, da qui proseguiamo sulla comoda strada a due carreggiate fino ad hopa, a pochi km dal confine georgiano. luogo di incontri e traffici equivoci...  prendiamo la strada di montagna che porta ad artvin e da qui ad ardahan, attraversando la catena del ponto, prima di arrivare allo sperduto posto di frontiera di posof. nessuno oltre a noi in transito, eccezzion fatta per altri 3 italiani (in moto) provenienti dalla parte opposta. dogana veloce e senza intoppi. la strada non è male, gli ultimi km da gori verso la capitale, sono a due carreggiate. trovato l'hotel con parcheggio peri mezzi, ci arrangiamo per la cena acquistando viveri in un market, che conserva ancora l'atmosfera da cortina di ferro. oggi sosta, domani di nuovo in strada: destinazione baku, sulle sponde del mar caspio.
 

Igoumenitsa, Greece 

Former Soviet government building, Baku

Shining hotel, Baku

Former Soviet government building, Baku

 

 

Playng with children outside the west gate, Khiva Uzbekistan

Kukhana palace, Khiva

Char Minar, Bukhara

Entering the Samarkand province

Afghan plate

Kalon minaret, Bukhara

 

Se l'uscita dalla georgia è stata celere, non altrettanto si può dire per l'ingresso in territorio azero. una piccola folla sostava al cospetto di un container-baracca, dove un funzionario neofita svolgeva le sue mansioni. passava il tempo, aumentava la coda ed il tasso di umidità che aveva oramai infradiciato maglia, calzoni e mutande. Ci sono volute due ore per avere i documenti vistati, non prima di aver respinto il primo attacco estorsivo della giornata: 50 euro a testa richiesti per il disbrigo pratiche e per assicurare le moto (3 giorni). sborsati solo 4 euro e via. sulla strada, dopo ganja, sì si chiama proprio così questa città, inizia una interminabile sequela si canntieri stradali, che ci costringonno ad un massacrante slalom tra camion, auto, ruspe, terra, sabbia sassi e fango. proprio su quest'ultimo, accade il fattaccio. un'autobotte passa regolarmente sullo sterrato inondandolo d'acqua per evitare che si alzi povlere al transito dei veicoli. il punto è che per i mezzi a 4 e più ruote non costituisce un problema ma per me e stefano sono dolori. la moto non sta in strada, sguscia da tutte le parti, nonostante proceda con un filo di gas, fino a quando, a 20 all'ora non mi parte di culo, facendomi sdraiare per terra. una contusione alla coscia sx e qualche graffio alla moto. grazie all'intervento di un camionista turco, rimettiamo in piedi il mezzo e riprendiamo la strada. arriviamo a baku alle 23 passate, troviamo l'araz hotel che già mi aveva ospitato nel 2002 e sudati a nanna. stamane al porto ci siamo informati per il traghetto: 200 $ a persona con moto, partenza prevista domenica 11, speriamo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Progetto

PERCHE NASCE QUESTO SITO?

Fondamentalmente per due buone, anzi ottime ragioni. la prima, sposa il naturale desiderio di condividere e divulgare, quelle che agli occhi dei più appaiono come astruse pazzie, ma che sono semplicemente e volutamente, esperienze di vita. il desiderio di scoprire il mondo in prima persona, proiettarsi a volte incautamente, in situazioni complesse, a volte rischiose, che mettono alla prova le proprie capacità di resistenza, di determinazione e di adattamento a contesti spesso così diversi e lontani dal proprio quotidiano. la forza di sopportare disagi, inconvenienti, storture burocratiche e quant'altro ti può capitare, quando giri per il mondo, da solo con una moto;in poche parole, il desiderio di vivere. la seconda, meno egoistica è dovuta all'incontro con l'associazione Il Padre Pellegrino, che a dispetto del nome, nasce come sodalizio laico che opera per la cura, la crescita ed il futuro dei Meninos de Rua, nello stato di Minas Geràis in Brasile. da anni operano con eventi ed iniziative sul territorio nazionale, raccogliendo fondi da destinare direttamente e senza altri passaggi di mano, alla Missione SAO MIGUEL ARCANJO, che gestita da Marco Roberto Bertoli, opera a Barbacena, aiutando centinaia di bambini, a vivere e a progredire come esseri umani e non come avanzi rejetti della società. quindi anche da un sito apparentemente affrancato come questo, può scaturire una voce di appoggio e di diffusione delle loro meritevoli azioni di solidarietà.

 

PERCHE NASCE QUESTO SITO?

Fondamentalmente per due buone, anzi ottime ragioni. la prima, sposa il naturale desiderio di condividere e divulgare, quelle che agli occhi dei più appaiono come astruse pazzie, ma che sono semplicemente e volutamente, esperienze di vita. il desiderio di scoprire il mondo in prima persona, proiettarsi a volte incautamente, in situazioni complesse, a volte rischiose, che mettono alla prova le proprie capacità di resistenza, di determinazione e di adattamento a contesti spesso così diversi e lontani dal proprio quotidiano. la forza di sopportare disagi, inconvenienti, storture burocratiche e quant'altro ti può capitare, quando giri per il mondo, da solo con una moto;in poche parole, il desiderio di vivere. la seconda, meno egoistica è dovuta all'incontro con l'associazione Il Padre Pellegrino, che a dispetto del nome, nasce come sodalizio laico che opera per la cura, la crescita ed il futuro dei Meninos de Rua, nello stato di Minas Geràis in Brasile. da anni operano con eventi ed iniziative sul territorio nazionale, raccogliendo fondi da destinare direttamente e senza altri passaggi di mano, alla Missione SAO MIGUEL ARCANJO, che gestita da Marco Roberto Bertoli, opera a Barbacena, aiutando centinaia di bambini, a vivere e a progredire come esseri umani e non come avanzi rejetti della società. quindi anche da un sito apparentemente affrancato come questo, può scaturire una voce di appoggio e di diffusione delle loro meritevoli azioni di solidarietà.

 

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